BW&BF

sabato 17 maggio 2014

Il nero e l'argento - Paolo Giordano (2014)

"C'era sempre un momento della cena di Natale in cui avveniva uno spietato confronto degli arrosti, quello preparato da mia suocera contro quello della signora A. Le due teglie venivano posate al centro del tavolo, vicine. Le duellanti si scambiavano una lunga occhiata, come in un western al femminile. Tutti noi, già appesantiti, mangiavamo obbedienti un boccone da ogni fetta, alternativamente, quindi riprendevamo con le lodi, più enfatiche e chiassose di prima. Nonostante cercassimo di stabilire un'equivalenza esatta, la signora A. vinceva infine ai punti, sempre."
Il marito di Nora

TRAMA
Da anni Nora e il marito conducono una tranquilla ed equilibrata vita famigliare "a quattro": oltre al figlioletto Emanuele infatti vive praticamente con loro, pur tornando ogni sera puntualmente a casa sua, la signora A., soprannominata Babette grazie alle sue capacità culinarie ed alla sua bontà d'animo. La signora A. ufficialmente sarebbe la tata del bambino, ma effettivamente è molto più di tutto ciò: è la tata di tutti e tre i membri della famiglia, che ama coccolare ed accudire in egual modo, e con il passare degli anni è diventata un vero e proprio membro della famiglia, tanto da trascorrere con loro anche le festività.
Ma un brutto giorno la signora A. si ammala, e il giorno del trentacinquesimo compleanno del marito di Nora smette di lottare e si abbandona al dolce sonno eterno.
E proprio da quel momento comincia Il nero e l'argento, in cui il marito di Nora, che è il narratore di tutto il romanzo, si trova a ricordare la signora A. e nello stesso tempo descrive come le loro vite cambiano e rischiano di sgretolarsi senza quel punto fisso attorno al quale ruotavano.
Una storia d'amore (l'amore tra le persone, non tra due amanti), una storia di dolore, fisico e psicologico, ma anche una storia di coraggio e speranza.

RECENSIONE
Dopo che Giordano mi ha fatta innamorare dei suoi primi due romanzi non appena è uscito Il nero e l'argento l'ho immediatamente acquistato, e l'ho divorato in appena un paio d'ore. Ma proprio come alla morte di una persona cara occorre del tempo per elaborare il lutto, anche io per scrivere questo post ho avuto bisogno di elaborare il libro, tanto da ritrovarmi a scrivere questa stessa mattina, a poche ore dalla pubblicazione.
Purtroppo la storia che ha scritto Giordano è una storia identica a quella di moltissime persone, pur essendo profondamente diversa. Ma tutti coloro che vengono toccati, personalmente o tramite persone a loro care, dal cancro, quella malattia talmente terrificante da attribuirle nomignoli come "il brutto male" per non doverla nominare, leggendo questo romanzo non possono non provare una morsa dolorosa al cuore; pur non avendo vissuto ovviamente gli stessi episodi del romanzo in cui la signora A. stava bene, possono riconoscere almeno parte delle sensazioni provate invece durante la malattia, sia da parte sua che da parte dei suoi cari.
Non mi piace andare sul personale, ma purtroppo questo è un momento particolarmente brutto, e in poco tempo abbiamo vissuto una serie di lutti di cui parte causati proprio dal "Big C". Mentre leggevo quindi, pur essendo assorbita totalmente dallo stile meraviglioso dell'autore, non potevo fare a meno di interrompermi di tanto in tanto per cercare di estirpare quel groviglio di dolore che sentivo crescere nel petto. A volte sono riuscita a fermarmi in tempo, altre volte mi sono accorta troppo tardi che stavo bagnando le pagine con le mie lacrime.
Il libro però è tutt'altro che patetico, soprattutto la stoica signora A. non si piange mai addosso, e fino all'ultimo affronta con grinta e determinazione quella malattia che però non riuscirà a sconfiggere. Il libro è piuttosto in grado di scatenare empatia, e la differenza tra i due concetti è enorme.
Per quanto riguarda lo stile narrativo, il lettore che avesse già letto La solitudine dei numeri primi o Il corpo umano non rimarrà deluso: l'autore utilizza lo stesso stile degli altri romanzi, e persino in questo riesce ad essere, attraverso il narratore, scientifico e rigoroso. All'inizio del romanzo è scritto che esso è il "frammento di una storia vera e dolorosa", e non stenterei a credere che autore e narratore possano essere la stessa persona, ma queste sono ovviamente solo supposizioni, totalmente irrilevanti al fine del romanzo peraltro.
Un libro non facile da affrontare quindi per il tema che tratta, o meglio non facile da affrontare in qualsiasi momento, ma che comunque prima o poi sarebbe da leggere. Giordano come pochi sa raccontare la vita quotidiana nell'irrealtà delle situazioni estreme, ed anche solo per questo merita di essere letto.

BW

Nella nostra libreria:
Paolo Giordano
Il nero e l'argento
ed. Einaudi
118 pag.

 

venerdì 16 maggio 2014

Storia sociale dei gatti - Katharine M. Rogers (2006)

"L'amante dei gatti dà prova di superiorità rifiutando <<socievolezza e disponibilità gratuite, o devozione e obbedienza servili>>. Come il gatto, <<è uno spirito libero [...] la cui unica legge è il proprio patrimonio e senso estetico>>."
Katharine M. Rogers citando H.P. Lovecraft

RECENSIONE
Storia sociale dei gatti è un bellissimo saggio che non parla solo dei gatti: è infatti attraverso i gatti che fa un'analisi storico-sociologica, ma anche culturale e mitologica.
Anche coloro tra voi che leggendo il titolo del post di oggi avessero pensato "Oh, no, ancora gatti!" rimarrebbero probabilmente piacevolmente stupiti da questo piccolo gioiellino, che attraverso i suoi sei capitoli ci parla di come nella storia il felis silvestris catus abbia elevato il suo status da semplice acchiappatopi ad animale da compagnia, da essere demoniaco a status symbol.
I capitoli del saggio sono i seguenti:

1. Da gatto selvatico ad acchiappatopi domestico
2. La magia dei gatti: il bene e il male
3. Coccolati inquilini di case e salotti
4. I gatti e le donne
5. I gatti apprezzati come individui
6. Il fascino del paradosso

I primi tre capitoli trattano fondamentalmente l'aspetto storico, mentre gli ultimi tre approfondiscono quello sociologico. In particolar modo il quarto evidenzia come in passato il gatto venisse associato esclusivamente alla donna, così come il cane all'uomo, e al pari di essa venisse considerato un essere inferiore, maligno e meschino, infido e lussurioso; per fortuna, al giorno d'oggi non vi è più questa discriminazione nei confronti dei mici, anche se non si può dire lo stesso per le donne.
Numerosi in tutto il libro sono i riferimenti ad opere pittoriche e letterarie, nonché le bellissime illustrazioni e fotografie che lo completano e lo rendono un volume ancora più prezioso. Devo ammettere che mi ha dato spunto per cercare alcuni di questi volumi, e non escludo di scrivere qualche post su di essi in futuro.
D'altronde, il binomio gatti-scrittori non è certamente una novità: solo per citarne alcuni, Poe, Lovecraft e Twain, tre illustri rappresentanti dell'ars scribendi, amavano i gatti; celebre è la foto di Mark Twain insieme al suo gattino, celeberrimo è il racconto Il gatto nero di Poe, che peraltro viene magistralmente analizzato proprio in questo saggio.
Storia sociale dei gatti è insomma un saggio che consiglio vivamente non solo ai gattofili, ma anche a tutti coloro che siano interessati alla storia, alla sociologia, alla letteratura, all'arte, alla mitologia... scegliete voi quale può essere la vostra scusa per amare questo libro.


BW

Nella nostra libreria:
Katharine M. Rogers
Storia sociale dei gatti (Cat)
ed. Bollati Boringhieri
195 pag.
traduzione di Caterina D'Amico

 

giovedì 15 maggio 2014

I milanesi ammazzano al sabato - Giorgio Scerbanenco (1969)

"Sei capitato in brutte mani: le mie."
Duca Lamberti

TRAMA
Amanzio Berzaghi è un anziano ex camionista di lunghe tratte costretto a lavorare in un ufficio in seguito ad un grave incidente capitatogli qualche anno prima. Vedovo, la sua unica ragione di vita è rimasta ormai quella di prendersi cura della figlia Donatella, ventotto anni, alla quale è legatissimo. 
Donatella però è una ragazza che purtroppo necessita di continua assistenza: minorata mentale, il suo sviluppo è rimasto quello di una bambina (gioca con le bambole e ascolta canzoncine infantili), mentre nel fisico è cresciuta a dismisura, tanto da sfiorare i due metri di altezza ed il quintale di peso. Nonostante tutto la giovane donna risulta estremamente proporzionata e dotata di un aspetto assai gradevole, il che contribuisce ad attirare su di sè gli sguardi interessati degli uomini, fortemente attratti dalla giunonica bellezza di questa "gigantessa", come viene spesso chiamata. Tutto ciò costituisce un ulteriore problema per Amanzio, perchè la figlia soffre anche di ninfomania, una malattia che la spinge compulsivamente  a fare sesso con chiunque le capiti, ragion per cui il povero padre si vede costretto a chiuderla in casa mentre lui è al lavoro. Lavorando vicino a casa, Amanzio riesce in pochi minuti a raggiungere l'abitazione un paio di volte al giorno, solo per controllare che Donatella stia bene per poi correre di nuovo in ufficio. Un giorno però, durante la consueta visita, trova la casa perfettamente in ordine, ma vuota. L'adorata figlia è sparita senza lasciare traccia e così il padre, in preda all'angoscia, si rivolge alla polizia temendo che Donatella possa essere stata rapita a causa dell'aspetto fisico e dei suoi disturbi mentali, che ne possono fare una preda molto ambita da chi gestisce il giro della prostituzione. Duca Lamberti viene incaricato di occuparsi di questo caso che preannuncia di condurre a sviluppi davvero terribili ed inquietanti.

RECENSIONE
Ultimo capitolo del ciclo del medico-poliziotto Duca Lamberti, saga interrotta prematuramente dalla scomparsa dell'autore, I milanesi ammazzano al sabato è un noir duro, metropolitano, destinato ad ispirare buona parte del filone "poliziottesco" che imperverserà in tutte le sale cinematografiche italiane per tutti gli anni settanta, e che recentemente è stato ampiamente rivalutato da registi quali Quentin Tarantino e Robert Rodriguez.
Le tematiche care a Scerbanenco (il pacifico cittadino che si ribella ai soprusi della criminalità, la polizia spesso impotente) vengono qui portate all'estremo, tanto che per tutta la durata del libro si respira un'atmosfera carica di tensione, di disperazione e di rabbia trattenuta a stento e che rischia di esplodere da un momento all'altro. Assistiamo così al dramma di un padre che ci viene descritto in modo fantastico, un personaggio di un'umanità commovente e che, pur essendo stato colpito da una serie interminabile di disgrazie, rifiuta di piangersi addosso e di lasciarsi andare, impiegando invece tutte le proprie forze alla ricerca della sua "bambina". Il signor Berzaghi è il simbolo di una generazione che per non far mancare nulla ai propri cari si è spaccata la schiena di lavoro, senza tuttavia lamentarsi neppure per un secondo. 
Scerbanenco confeziona una storia da brividi, non risparmiando al lettore neppure i dettagli più sgradevoli e disturbanti e raccontando la vicenda col suo solito stile crudo, intransigente e molto diretto. Ed è così che, ad esempio, narra la triste storia di una prostituta di origine angolana coinvolta nelle indagini. Lo fa senza pietismi e falsi moralismi, chiamandola "negra" (suonerà male, ma nel 1969 in Italia era normale e non necessariamente offensivo definire così le persone di colore) e non lesinando particolari poco piacevoli, ma rivestendola di una dignità incredibile che ne fa uno dei personaggi più vivi di tutto il romanzo; ad ulteriore dimostrazione che il rispetto verso la gente si dimostra con gesti concreti, e non attraverso sciocchi termini politically correct che spesso servono solo a lavare la coscienza di chi li pronuncia.
Duca Lamberti infine, è una tipologia di poliziotto parecchio atipica. Persona dotata di grande sensibilità e quantomai altruista, caratteristiche acquisite grazie alla sua precedente professione, è altresì uno che non le manda a dire e che sa essere anche molto spietato con chi se lo merita. Poi peró casomai è anche capace di rivolgersi ad un malvivente per chiedergli di aiutarlo nelle indagini dicendogli: "Per favore, sono solo un poliziotto scemo... dammi una mano!", riuscendo a risvegliare il lato umano in individui marci fino al midollo.
I milanesi ammazzano al sabato, titolo magnifico e che trova la spiegazione nel tragico finale resta, a mio parere, uno dei romanzi migliori di Scerbanenco e che, rispetto ad altri suoi lavori, risulta anche più maturo e meglio strutturato.
Nel complesso, da grande appassionato del genere, mi sento di rivolgere un immenso ringraziamento a quest'uomo che, giunto in Italia da bambino dalla gelida Kiev, riuscì a creare una credibilissima alternativa tutta italiana ad un filone narrativo che, fino a quel momento, era considerato territorio privato degli scrittori anglosassoni.

BF

Nella nostra libreria:
Giorgio Scerbanenco
I milanesi ammazzano al sabato
ed. Garzanti
181 pag.





mercoledì 14 maggio 2014

Inglesi - Beppe Severgnini (1990)

"Non si conosce ancora il caso di qualcuno che sia vissuto un po' a lungo in Inghilterra senza restarne inquinato"
Indro Montanelli

RECENSIONE
Così afferma il leggendario Indro Montanelli nella prefazione ad Inglesi, libro d'esordio dell'allora sconosciuto trentenne Beppe Severgnini. Fu proprio Montanelli infatti a credere per primo nelle capacità del ragazzo cremasco e, dopo averlo voluto personalmente a "Il Giornale", lo investì di un grandissimo attestato di stima e di fiducia, soprattutto perchè di parla di un giornalista che all'epoca era alle prime armi, inviandolo a Londra per fare il corrispondente al suo quotidiano. La storia ci dice che Beppe da Crema se la cavò egregiamente, ennesima scommessa vinta da Montanelli, così dopo aver trascorso quattro anni nella capitale dell'ex impero nacque questa sorta di manuale sui sudditi della regina.
Scritto in modo scorrevole e comprensibilissimo, Inglesi ci racconta vizi, virtù ed ossessioni di un popolo che da un lato ha sempre esercitato un fortissimo fascino su noi latini, mentre dall'altro per tanti versi ai nostri occhi rappresenta ancora un piccolo enigma.
Chiaro che, essendo stato dato alle stampe ormai venticinque anni fa, sotto molti aspetti tende a risultare un po' datato e a parlare di abitudini e situazioni che appartengono al passato e che anche gli stessi inglesi, nonostante siano uno dei popoli più conservatori e tradizionalisti dell'universo, siano un pochino cambiati. 
Il libro però resta a mio avviso un documento importante che spiega com'era il Regno Unito durante gli anni del governo Thatcher, uno dei periodi più duri e drammatici della storia britannica recente, con  la disoccupazione alle stelle e tantissimi problemi di natura sociale. Estremamente eloquente è il reportage che Severgnini fa sulla situazione a dir poco critica in cui versavano all'epoca le grandi città del Nord (da Manchester, a Liverpool, a Sheffield, a Glasgow), un tempo locomotive di quella che fu la Rivoluzione Industriale ed, a partire dalla metà degli anni settanta, sprofondate in una tremenda crisi economica.
Ma in questo saggio per fortuna c'è spazio anche per argomenti più leggeri e frivoli e così l'autore, con la sottile e garbata ironia che lo contraddistingue, ci narra dell'ossessione tutta british per il giardinaggio e per le tappezzerie, oppure prova a spiegare, non riuscendoci, il motivo per cui le ragazze in questo paese dal clima tutt'altro che dolce e salubre, continuino ad ostinarsi a non voler indossare le calze sotto la gonna, nemmeno in dicembre.
E poi la smodata passione per gli alcolici con relative, colossali sbronze, il mistero che spinge giovani figli di papà a fuggire dalla città per improvvisarsi gentlemen e ladies di campagna, meglio se in un cottage privo di luce elettrica e bagno, e poi lo spassosissimo (se non sei inglese) capitolo "Coraggio, mangiamo", un titolo che è già tutto un programma. 
Una lettura piacevolissima ed interessante e, nell'edizione in nostro possesso anche con un piccolo aggiornamento risalente al 2005, per tutti coloro che desiderano conoscere meglio una nazione ricca di contrasti e controsensi, eppure estremamente bella e pregna di un fascino che non passa mai di moda.

BF

Nella nostra libreria:
Beppe Severgnini
Inglesi
ed. BUR Rizzoli
295 pag.




martedì 13 maggio 2014

Il mago di Earthsea - Ursula K. Le Guin (1968)

"Da un grande potere derivano grandi responsabilità."
Ben Parker al nipote, Peter Parker (l'Uomo Ragno)

TRAMA
Ged è un ragazzo che vive sull'isola di Gont, nell'arcipelago di Earthsea. Un giorno, ripetendo delle strane parole casualmente sentite pronunciare dalla zia, scopre di avere un talento naturale per la magia. Questo dono viene confermato quando riesce a salvare il villaggio da degli spietati guerrieri facendo calare su di esso una fitta nebbia, nascondendolo.
Poco dopo si presenta Ogion, un mago, che diventa maestro e mentore di Ged, insegnandogli tutto ciò che conosce; poi Ged si reca sull'isola di Roke, dove si trova la più grande scuola di magia di Earthsea, ma lì, ahimé!, la sua spavalderia e la continua competizione con Diaspro (o Jasper, a seconda dell'edizione), un compagno di studi, lo porta a tentare un pericolosissimo incantesimo: cerca di evocare lo spirito di un morto, che però gli si rivolta contro, arrivando quasi ad ucciderlo.
Ged dovrà allora crescere come mago e come persona, vincendo innanzitutto i suoi demoni interiori, per poter tentare di sconfiggere l'essere che ha liberato.

RECENSIONE
Ricordo di aver letto la prima volta Il mago verso i 12-13 anni, su consiglio di un'amica, e dopo averlo letteralmente divorato la ringraziai di tutto cuore, perché era un romanzo veramente stupendo. Mentre leggevo le gesta di Ged mi immaginavo quanto sarebbe stato fantastico poter andare anche io a Roke, poter apprendere tutte le rune che mi avrebbero permesso di diventare una potente maga, e allo stesso tempo capivo che comunque si trattava di una metafora, che quello del ragazzo era innanzitutto un percorso interiore che l'avrebbe condotto dall'infanzia all'età adulta, esattamente la fase della vita che stavo attraversando io (in realtà se chiedete a mia madre vi dirà che a questo step non ci sono ancora arrivata!).
Scherzi a parte, a distanda di più di dieci anni, non ricordo nemmeno bene come, scoprii che in realtà Il mago (o Il mago di Earthsea) era solamente il primo di un ciclo di cinque romanzi, e senza esitazione acquistai l'edizione che li racchiudeva tutti.
Ma anche se fosse un romanzo singolo non avrei comunque potuto fare a meno di recensirlo, perché è un libro veramente degno di nota, che quasi trent'anni prima di Harry Potter propose l'idea di un ragazzo (guarda caso orfano, almeno di madre) che se ne va da casa per frequentare una scuola di magia.
Le atmosfere dipinte dalla Le Guin sono cupe, dark, e i personaggi sono caratterizzati molto bene, anche se, per ovvie ragioni, quello su cui più si sofferma è naturalmente Ged.
Se proprio, pistola alla testa, dovessi cercare un difetto di questo romanzo... beh, posso dire di essere contenta di averlo letto la prima volta da ragazzina, perché in questo modo credo di averlo potuto apprezzare ancora di più che se lo avessi affrontato già con gli occhi di un'adulta, proprio per i motivi che spiegavo prima.
D'altronde, se non mi fosse piaciuto, sarebbe stato veramente molto stupido averne due copie nella libreria, no?

BW

Nella nostra libreria:
Ursula K. Le Guin

Il mago (A Wizard of Earthsea)
ed. Mondadori
214 pag.
traduzione di Ilva Tron

e

Dalla raccolta "La leggenda di Earthsea"
Il mago di Earthsea (A Wizard of Earthsea)
ed. Editrice Nord
151 di 832 pag.
traduzione di Roberta Rambelli


     

lunedì 12 maggio 2014

La ragazza nell'acqua - Alan Warner (1997)

"É l'Avvocato del diavolo: decide chi può diventare santo e chi no. Va in giro per le colline in tenda a far ricerche sui santi: è una roba che si chiama canonizzazione. Cerca di trovare le magagne nel passato di quelli che sono già santi... Insomma, una specie di giornalista scandalistico per conto di Dio."
Il Portuale


TRAMA
Un traghetto naufraga nei pressi dell'isola di Mull, nella Scozia occidentale, ed una misteriosa ragazza di nome Morvern Callar riemerge dalle buie e gelide acque dell'oceano tenendo per mano una bambina sconosciuta e portando con sè una tanica di benzina vuota.
Nel frattempo sull'isola continua ad aggirarsi uno strano individuo: si tratta di un agente investigativo del ministero dei Trasporti che cerca di risolvere un'enigma che lo ossessiona da tempo.
Diversi anni prima infatti, nei cieli di Mull si scontrarono due aerei da turismo, con uno dei due piloti che precipitò nella baia e che dopo qualche mese venne rinvenuto cadavere sulla sommità di una collina poco distante.
I due si incontreranno all'interno del Drome Hotel, un inquietante albergo per coppie in luna di miele gestito da un tizio assurdo che si diverte a terrorizzare le sposine con storielle horror.
Così mentre incombe il Big One, il grande rave party di fine millennio al quale tutti desiderano partecipare, al Drome Hotel giungono anche altri personaggi folli ed improbabili quali l'Argonauta, l'Avvocato del diavolo, l'Arrotino, e molti altri soggetti totalmente fuori di testa.

RECENSIONE
Ad una prima occhiata confuso e sconclusionato, La ragazza nell'acqua di Alan Warner, puro highlander al cento per cento, è uno di quei romanzi che necessita di più di una lettura per essere compreso più correttamente. Il problema è che anch'io sono costretto ad ammettere di aver avuto non poche difficoltà a seguire gli sviluppi della storia, che presenta una serie di personaggi talmente stravaganti e grotteschi da sfiorare quasi l'insensato. Con ogni probabilità nelle intenzioni dell'autore questa girandola di pazzoidi (non so davvero in che altro modo definirli) vorrebbe essere una sorta di critica o di caricatura ad una certa tipologia di persone presenti nel Regno Unito, cosa però non semplice da recepire per i lettori di una diversa nazione e cultura.
Pur capace di regalare bei momenti carichi di poesia ed alcuni dialoghi surreali degni di essere ricordati, trovo che la scrittura di Warner sia, in generale, troppo lenta ed eccessivamente sconnessa per i miei gusti, soprattutto in alcuni passaggi che sembrano addirittura troncati a metà.
Non saprei davvero a chi consigliare questo libro, non tanto perchè brutto o bello (è solo questione di gusti), ma perchè si tratta di qualcosa di estremamente particolare ed onirico che credo che sia destinato ad essere apprezzato o detestato nella uguale misura.
Definito fantasy postmoderno da chi, indubbiamente, ne sa molto più di me in materia di letteratura, La ragazza nell'acqua è un romanzo del quale io, da buon ignorante, dichiaro solennemente di averci capito ben poco. Probabilmente stavolta mi sono cimentato in qualcosa abbondantemente al di sopra delle mie possibilità. Pazienza.

BF

Nella nostra libreria:
Alan Warner
La ragazza nell'acqua (These Demented Lands)
ed. Guanda Editore
220 pag.
traduzione di Giovanni Garbellini



domenica 11 maggio 2014

Il codice dei samurai. Hagakure - Yamamoto Tsunetomo (1906)

"70. Le grandi imprese non si compiono da sobri."
Yamamoto Tsunetomo, cap. 1 par. 113

RECENSIONE
Scritto nei primi anni del Millesettecento, anche se venne pubblicato per la prima volta solamente nel 1906, l'Hagakure ricorda molto, per la sua struttura, il ben più antico trattato di Sun Tzu intitolato L'arte della guerra. E come poteva essere altrimenti? Proprio ad esso si ispirò il samurai-monaco Yamamoto, anche se gli aforismi, le riflessioni e gli aneddoti contenuti nell'Hagakure (originariamente intitolato Hagakure kikigaki, ovvero Annotazioni su cose udite all'ombra delle foglie) sono finalizzati alla Via del samurai, il Bushidō.
Analogamente e seguendo la filosofia orientale, secondo la quale pochi princìpi basilari sono adattabili a tutto, in realtà non si deve credere che Il codice dei samurai sia una lettura idonea solamente a coloro che da piccoli amavano Goemon o che si sono appassionati del ronin Matsuyama Kaze: certo la sua lettura aiuterà a comprendere maggiormente alcuni aspetti di questi personaggi, ma anche più in generale parte della cultura giapponese.
Ad esempio, se si pensa che dai suoi brani hanno tratto il coraggio (o l'incoscienza) per immolarsi per il proprio signore, nella fattispecie l'Imperatore stesso, i kamikaze della Seconda Guerra Mondiale, seguendo il primo tra i princìpi del Bushidō, si può comprendere meglio (senza per questo giustificarli) come abbiano fatto a compiere un gesto così assurdo e sconsiderato. Proprio a causa di questi fatti in passato quest'opera è stata spesso paragonata e considerata alla stregua del Mein Kampf; trovo tuttavia che questo paragone sia stupido ed ignorante. Innanzitutto, occorre considerare che Yamamoto non scrisse l'Hagakure con lo scopo di pubblicarlo e renderlo un libro militare, tutt'altro: egli aveva chiesto di distruggere il testo! E poi trovare dei capri espiatori tra le opere per la follia umana è sempre stato un espediente fine a sé stesso, un po' come chi sostiene che Wagner era un nazista, quando morì cinquant'anni prima della vittoria di Hitler!
Sicuramente consiglierei la lettura de Il codice dei samurai a tutti coloro che volessero avvicinarsi alle opere di Yukio Mishima, in quanto questo autore si ispirò molto ad esso, tanto da riscriverne una versione in giapponese moderno.
Un libro a mio avviso molto interessante, per quanto non semplicissimo, anche se la sua lettura è molto aiutata, almeno nella nostra edizione, dalle note esplicative in calce oltre che dalla spiegazione di alcuni brani. Aggiungo infine che, almeno ad oggi, non esistono traduzioni integrali dell'opera in lingua italiana, a causa della difficile interpretazione di alcuni passaggi specificamente correlati alla cultura giapponese.


BW

Nella nostra libreria:
Yamamoto Tsunetomo
Il codice dei samurai. Hagakure (葉隠 - Hagakure)
ed. BUR Rizzoli minima
149 pag.
a cura di Leonardo Vittorio Arena