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mercoledì 11 giugno 2014

Ramones. La biografia ufficiale - Jim Bessman (1993)

"Li ho fatti suonare e loro hanno eseguito un set della durata di diciassette minuti. Venti pezzi rumorosissimi e movimentati suonati uno dopo l'altro. Non lo aveva mai fatto nessuno prima di loro. Era come se colpissero la gente sulla testa, e prima che qualcuno dicesse: 'Non ce la faccio più!', avevano già finito."
Hilly Kristal, proprietario del CBGB's, sul primo concerto dei Ramones, 16 agosto 1974

RECENSIONE
Premessa: io adoro da sempre i Ramones, Johnny Ramone è uno dei miei idoli musicali e penso che i loro primi tre dischi (e metà del quarto) debbano essere considerati fondamentali per chi, come il sottoscritto, è appassionato da tempo immemore di tutta quella musica che viene generalmente definita, con un termine orripilante, "alternativa". Io cercherò di essere il più imparziale possibile, e mi scuso fin da adesso se non ci riuscirò, ma portate pazienza perchè, dopotutto, sarebbe come chiedere ad un tifoso della Roma cosa ne pensa di Totti. Ma veniamo al libro.
Il giornalista freelance Jim Bessman è l'autore di questa bella biografia uscita più di vent'anni fa e che è stata recentemente ristampata con l'aggiunta degli avvenimenti mancanti. Eh già, perchè nel frattempo sono successe diverse cose piuttosto importanti (e tristi), a partire dallo scioglimento della band, fino ad arrivare alla morte di tre dei suoi quattro membri storici.
Servendosi di numerosissime interviste al gruppo ma anche di eccezionali testimonianze di chi li vide muovere i primi passi, Bessman traccia in modo pulito e lineare la storia dei Ramones, e senza ricorrere ad eccessivi salamelecchi nei loro confronti (il rischio di cadere nella ruffianeria è molto alto in pubblicazioni di questo tipo) riesce a scrivere un libro che è innanzitutto interessante, anche per chi magari non è abituato a questo genere di letture, ed estremamente scorrevole e coinvolgente, proprio come un concerto del quartetto di Forest Hills.
La loro storia credo sia abbastanza nota ma facciamo ugualmente un breve riassunto. Quattro ragazzi poco più che adolescenti di un sobborgo piccolo-borghese di New York, annoiati dalla musica che va per la maggiore in quei primi anni settanta, decidono di mettere in piedi una band per suonare le loro canzoni preferite, ma le loro capacità tecniche sono talmente scarse da non riuscire nemmeno ad interpretare i classici bubblegum per teenagers, non parliamo poi di rifare i pezzi di gente come Beatles o Kinks. Così prendono l'unica strada percorribile a quel punto: scrivono canzoni di loro pugno, composte solitamente da tre accordi distorti e suonati in modo rozzo e velocissimo, della durata media di due minuti e con testi ironici che trattano temi come la seconda guerra mondiale, l'alienazione e la malattia mentale. Cambiano poi i loro cognomi in Ramone, fingendosi fratelli ed adottando un look che diverrà immediatamente un autentico marchio di fabbrica: giacche di pelle, bluejeans stracciati e sneakers. Facendo le cose in questo modo creano così un nuovo genere del tutto particolare e personalissimo che verrà in seguito chiamato punk e che rivoluzionerà l'intero panorama musicale continuando ad affascinare intere generazioni di ragazzi fino ai giorni nostri. È il trionfo della creatività e della volontà sul tecnicismo fine a sè stesso, la tanto sbandierata Rivincita dei nerds. Ora, io non so se il punk l'abbiano inventato davvero loro, in fin dei conti più o meno nello stesso periodo nella lontana Australia c'erano già un paio di ottime bands che suonavano musica similare, però di certo i Ramones ne hanno incarnato lo spirito e l'attitudine.
Molti anni fa mi capitò di vedere una videocassetta a loro dedicata dove un'impressionante marmaglia di musicisti (più o meno sconosciuti e con un buon gruppetto di "insospettabili"), diceva la sua sui quattro ragazzotti del Queens. Ebbene, dopo mezz'ora smisi di guardare il filmato letteralmente nauseato dall'insopportabile piaggeria che trasudava da ogni intervista, tutta una serie di: "La più grande band di tutti i tempi" e "Mi hanno salvato la vita", ecc... ecc... Senza contare tutti coloro (almeno una ventina) che sostenevano, senza la minima vergogna, di aver assistito al loro primo show, non sapendo probabilmente che a quel fatidico concerto il pubblico era composto, lo dice la storia, da non più di nove persone, più il proprietario del locale, Hilly Kristal, ed il suo pastore tedesco. 
Tutto questo solo per dire che in quest'opera, per fortuna, non troverete nulla di simile, ma anzi vengono raccontati tantissimi aneddoti divertentissimi che ebbero per protagonisti Joey, Johnny, Tommy (e dopo Marky) e Dee Dee e si tralasciano invece cose che non sono funzionali alla biografia. In parole povere Bessman, e questo è il suo principale merito, tende a badare al sodo. Da segnalare inoltre la presenza di diverse foto molto belle che impreziosiscono ulteriormente il volume.
Fatto sta che se siete loro fan questo libro rappresenta una sorta di Vangelo, e ritengo che non ci sia bisogno di aggiungere altro se non che, se i Ramones non fossero mai esistiti, non solo la musica a quest'ora sarebbe sicuramente diversa ma, con ogni probabilità, credo proprio che sarei una persona diversa anch'io.

BF

Nella nostra libreria:
Jim Bessman
Ramones. La biografia ufficiale (Ramones. An American Band) 
ed. Arcana
380 pag. 
traduzione di Andrea Salacone


 

martedì 11 marzo 2014

Pericle il Nero - Giuseppe Ferrandino (1993)

"Non ho un gran pesce e non faccio mai molto male. D'altronde non devo fare male, io devo solo svergognare. Quando la persona è svergognata capisce e riga diritto."
Pericle Scalzone


TRAMA
Pericle Scalzone è un trentottenne napoletano cronicamente disoccupato che vive in casa dello zio. Ex attore porno di infimo livello, è grasso e rozzo, ma possiede una dote molto particolare: riesce ad avere un'erezione quando vuole e in qualsiasi momento, praticamente a comando.
Questo gli torna molto utile nell'attività che gli consente di sbarcare il lunario: Pericle infatti di mestiere "fa il culo alla gente", per conto di Don Luigino Pizza, boss di Forcella.
Don Luigino controlla il racket delle pizzerie, da qui il suo nomignolo, e capita che talvolta entri in contrasto con qualcuno, per questioni di affari o altro, ed allora chiama il nostro Pericle che va subito a trovare il malcapitato e, senza battere ciglio, prima lo stordisce, poi lo lega ed infine tira fuori "il pesce" e lo violenta.
Un giorno però, durante una spedizione punitiva nei confronti di un prete che durante la messa domenicale ha inveito pesantemente contro il boss, si ritrova in una circostanza che non aveva previsto, la situazione gli sfugge di mano e combina un grosso guaio, pestando così i piedi ad una famiglia rivale.
A questo punto, nonostante le rassicurazioni di Don Luigino, Pericle si vede costretto a fuggire perchè è sicuro di esser stato condannato a morte e a Napoli non si sente più sicuro. Inizia quindi una fuga per tutta l'Italia centro-meridionale cercando disperatamente di far perdere le proprie tracce. 
Ci riuscirà?

RECENSIONE
Giuseppe Ferrandino, classe 1958, nativo di Ischia ed ex sceneggiatore di celebri fumetti tra i quali Dylan Dog e Topolino, pubblica inizialmente Pericle il Nero, suo esordio assoluto nelle vesti di romanziere, sotto lo pseudonimo Nicola Calata nel lontano 1993. Il libro però passa pressochè inosservato fino a che non suscita l'interesse della casa editrice francese Gallimard, il quale ne acquista i diritti e due anni dopo lo ristampa oltralpe, ottenendo un successo clamoroso e creando un vero caso editoriale. Ancora una volta è un gran peccato dover constatare che gli scrittori di talento esistono anche da noi, ma spesso ce ne accorgiamo solo quando sono gli stranieri a farcelo notare, intravedendo potenzialità che sovente noi non riusciamo a cogliere.
Detto ciò, Pericle il Nero è un altro bell'esempio di noir italiano ben fatto e credibile, ambientato in una Napoli raffigurata in modo del tutto inusuale, vale a dire estremamente cinica, fredda e molto malinconica, lontana dai noiosi stereotipi "pizza-golfo-mandolino" e che a me ha ricordato  addirittura in certi frangenti la San Francisco degli anni Settanta immortalata nella celebre serie televisiva Le strade di San Francisco.
Ferrandino si dimostra un autore di tutto rispetto, confezionando una storia nella quale i personaggi sono caratterizzati benissimo, su tutti Don Luigino, che viene descritto in maniera così minuziosa ed accurata che, quando leggevo le sue battute, le sentivo pronunciare nella mia testa con uno spiccato accento partenopeo. 
Altra nota di merito, il particolare slang usato dall'autore per raccontare tutta la storia, che viene narrata in prima persona dallo stesso Pericle, e che consiste in un italiano fortemente impreziosito da termini dialettali che rendono il tutto realistico (dubito infatti che i camorristi tra di loro si esprimano  in linguaggio aulico), ma che tuttavia riesce a risultare chiaro e comprensibile a tutti.
Un romanzo abbastanza breve e coinvolgente, che parla di vicende quasi grottesche, e nel quale è sempre presente un'ironia di fondo dai toni piuttosto amari. Gran bel libro che si legge tutto in un fiato anche perchè una volta iniziato, diventa veramente difficile separarsene fino a che non si è arrivati alla sua conclusione.

BF


Nella nostra libreria:
Giuseppe Ferrandino
Pericle il Nero
ed. Adelphi
144 pag.


lunedì 17 febbraio 2014

La leonessa bianca - Henning Mankell (1993)

"Improvvisamente, il cane iniziò ad ululare. Il poliziotto tirò il guinzaglio un paio di volte irritato e poi si chinò in avanti per vedere quello che aveva attirato l'attenzione del cane. Wallander vide che il poliziotto aveva alzato il capo di scatto lasciando cadere il suo panino a terra."
Henning Mankell


TRAMA
Louise Åkerblom, donna felicemente sposata e madre di due bambine, nonchè titolare di un'agenzia immobiliare insieme al marito Robert, scompare improvvisamente mentre si reca ad un appuntamento con una cliente.
Il marito si rivolge così alla polizia di Ystad, dove il commissario Kurt Wallander, dopo aver ascoltato l'uomo, decide di far partire subito le indagini. Louise conduce una vita tranquillissima, tutta casa, lavoro e chiesa dato che, nel tempo libero, riveste anche un ruolo molto attivo all'interno della locale parrocchia. Per quale motivo quindi, una donna attaccatissima alla propria famiglia, di punto in bianco, dovrebbe decidere di far perdere volontariamente le proprie tracce? Troppe cose non tornano, troppi elementi strani come ad esempio il paio di manette che viene ritrovato nel cassetto della sua scrivania e del quale il marito afferma di non sapere nulla, oppure la Toyota Corolla di Louise che viene rinvenuta sul fondo di un laghetto.
Nelle stesse ore in Sudafrica intanto, un gruppo di fanatici boeri sta mettendo a punto l'omicidio ai danni di un importante uomo politico che vorrebbe porre fine all'apartheid. Questo l'organizzazione non può permetterlo e pertanto ingaggia uno spietato killer che viene mandato ad addestrarsi in una zona rurale della Svezia meridionale, in attesa di entrare in azione.
Le due vicende paiono essere completamente slegate tra loro, e nessuno sospetta nulla, fino a che Wallander scopre che dietro alla misteriosa sparizione di Louise c'è una pista che conduce fino in Sudafrica.

RECENSIONE
Terzo romanzo appartenente alla serie delle inchieste del commissario Wallander, La leonessa bianca indugia ancora una volta su aspetti di forte rilevanza sociale e politica. Dopo il tema del razzismo affrontato nel primo episodio Assassino senza volto, ed il precedente (e molto buono) I cani di Riga, che analizzava i confusi scenari presenti nei paesi dell'est Europa nei giorni seguenti alla caduta dell'Unione Sovietica, questa volta Mankell punta l'obiettivo sul Sudafrica e sul regime dell'apartheid.
Tentativo interessante ma, a mio modesto avviso, non molto riuscito. 
Tanto per cominciare, Mankell è sicuramente un buon scrittore dotato anche di una certa inventiva ma che io reputo un po' sopravvalutato e che pecca un po' di autocompiacimento. Leggendo poi le entusiastiche recensioni a questo libro mi sono chiesto: "Ma possibile che io sia l'unico a cui non è piaciuto?". Tutto potrebbe essere, così come potrebbe essere che io non capisca un cavolo ed abbia pessimi gusti in fatto di libri, ma La leonessa bianca non mi ha proprio convinto.
Come spesso accade nel "poliziesco scandinavo" infatti, ho avuto l'impressione che a volte l'autore, temendo forse di passare per il solito nordico dal cuore arido di sentimenti, cerchi in tutti i modi di nobilitare le proprie trame con argomenti di grande impatto sociale che possano rendere il tutto più "impegnato".
Ma tutto questo finisce con l'appesantire decisamente la narrazione, anche perchè Mankell tende ad essere molto descrittivo, anche dove magari non sarebbe necessario. 
La trama poi, sebbene non originalissima (di nuovo: solo a me ha ricordato molto, pure un po' troppo, Il giorno dello sciacallo di Forsyth?), è costruita anche bene se non fosse che ci sono un paio di passaggi (che risulteranno decisivi) che sono quantomeno poco credibili, per non dire di peggio.
Insomma la sensazione che ho avuto dalla lettura di questo romanzo è che l'idea iniziale fosse piuttosto valida, con la storia della scomparsa dell'insospettabile e devota madre di famiglia che forse nasconde un segreto molto torbido, ma che poi Mankell abbia voluto inserire troppe cose, troppi argomenti e troppi personaggi, facendo così perdere di energia a tutto il lavoro.
Insomma, così come avevo apprezzato moltissimo I cani di Riga, purtroppo non posso dire altrettanto di questo romanzo, che mi ha lasciato l'amaro in bocca. 
Un'occasione sprecata quindi. 
Almeno secondo il mio personale, opinabilissimo, punto di vista.

BF

Nella nostra libreria:
Henning Mankell
La leonessa bianca (Den vita Lejoninnan)
ed. Marsilio
554 pag.
traduzione di Giorgio Puleo




martedì 10 dicembre 2013

Oceano mare - Alessandro Baricco (1993)

"1. 'Oceano mare', olio su tela, cm 15 x 21,6
Collezione Bartleboom
Descrizione.
Completamente bianco."
Dal Catalogo Provvisorio delle opere pittoriche del pittore Michel Plasson a cura del professor Ismael Adelante Ismael Bartleboom

TRAMA (LIBRO PRIMO - LOCANDA ALMAYER)
Presso la Locanda Almayer, che si trova in nessun luogo e in nessun tempo, dimorano diversi ospiti: il pittore Michel Plasson, artista specializzato ormai in dipinti esclusivamente dal contenuto marino, e che da tempo utilizza solo ed esclusivamente l'acqua del mare sulle sue tele, che restano quindi immancabilmente bianche; il professor Bartleboom, che da anni scrive ogni sera una lettera alla donna che sa che un giorno incontrerà ed amerà, e che si occupa di stilare un'enciclopedia dei limiti della Natura, motivo che l'ha spinto appunto a studiare dove finisce il mare; la bellissima Ann Deverià, mandata alla locanda dal marito per redimerla dalla sua natura fedifraga; la sedicenne Elisewin, che è venuta per guarire dalla sua ipersensibilità e dalle sue paure grazie al mare, in una sorta di battesimo che però potrebbe persino ucciderla, e padre Pluche, il suo accompagnatore.
Ma oltre agli ospiti nella locanda si trovano anche diversi, stranissimi bambini, che paiono essere gli unici dipendenti della stessa. E poi, un giorno, arriva il giardiniere (o marinaio?) Adams, "Adams e basta", come si registra alla reception, che porta un'ulteriore, cupa ombra di mistero sulla sperduta località marina.

TRAMA (LIBRO SECONDO - IL VENTRE DEL MARE)
Dopo che la fregata Alliance si è incagliata in un banco di sabbia al largo delle coste del Senegal, non tutto l'equipaggio viene imbarcato sulle quattro lance di slavataggio: essendo esse troppo piccole, viene costruita una zattera sulla quale salgono, volenti o nolenti, 147 persone. La zattera dovrebbe essere trainata dalle quattro lance fino alla salvezza, ma subito dopo la prima notte i 147 naufraghi vengono abbandonati al loro destino. E così comincia il resoconto da parte di Thomas, una sorta di "diario interiore", in cui ci rende partecipi dello strazio, della follia, degli orrori a cui può spingersi l'essere umano in situazioni estreme.

TRAMA (LIBRO TERZO - I CANTI DEL RITORNO)
In una serie di capitoli indipendenti, ritroviamo i villeggianti della locanda Almayer, e scopriamo come sono proseguite le loro vite dopo che hanno lasciato il mare, e come esso ha influito su di loro, segnandoli e cambiandoli per sempre.

RECENSIONE
Devo confessarvi che mentre finivo il Libro Primo (preciso che pur chiamandosi così non sono volumi separati, ma semplicemente tre parti distinte del romanzo) ero un po' perplessa: non riuscivo a capire dove sarebbe andato a parare il libro, che fino ad allora si presentava come un miscuglio, seppur magnificamente scritto, di situazioni surreali, quasi ioneschiane, e di personaggi bizzarri. Poi, come un pugno allo stomaco, è arrivato il Libro Secondo, palese riferimento al naufragio, realmente accaduto, della Méduse, narrato da un delirante Thomas, che come una secchiata d'acqua gelida (rigorosamente di mare) mi ha destata dal torpore in cui ero immersa fino ad allora. Ed altrettanto all'improvviso il Libro Terzo ha tirato le somme, stupendomi con momenti esilaranti (soprattutto il capitolo dedicato al professor Bartleboom) alternati ad altri seri e drammatici, che hanno poi anche spiegato quale fosse, al di là dello stesso Oceano mare, il collegamento tra i primi due Libri.
Baricco si è riconfermato, almeno agli occhi della Vostra Affezionatissima, un vero maestro della scrittura: come Dood, uno dei bambini della Locanda Almayer, è stato capace di trovare gli occhi del mare, e attravero essi ha osservato ciò che accade intorno a lui. E ne ha fatto un libro.

BW

Nella nostra libreria:
Alessandro Baricco
Oceano mare
ed. La Biblioteca di Repubblica
222 pag.

  

lunedì 9 dicembre 2013

Paddy Clarke ah ah ah! - Roddy Doyle (1993)

"All'inizio sentii solo papà, gridava ma come si fa quando ci si sforza di non farlo, e si finisce col gridare lo stesso; era una specie di sussurro urlato. Mi venne da battere i denti... Comunque anche mamma stava gridando. Ora li sentivo tutti e due, e anche se non afferravo le parole, era chiaro che si trattava di un'altra delle loro liti... Ci provai di nuovo.
Mi tappai le orecchie e sussurrai appena: <<Stop, fermi, basta.>>
Tesi le orecchie. Aveva funzionato! Avevano smesso di litigare; ero riuscito a fermarli."
Paddy Clarke


TRAMA
Siamo nel 1968, Paddy Clarke è un bambino di dieci anni che vive con i genitori a Barrytown, un sobborgo di Dublino, e che ha tra i propri eroi il capo pellerossa Geronimo ed il fuoriclasse nordirlandese del Manchester United, George Best.
Paddy ha un fratellino, Francis detto Sinbad, che si diverte a tormentare di continuo, e due sorelline molto piccole di nome Catherine e Deirdre, che lui considera poco più che due scocciatrici.
Ha molti amici Paddy, ed insieme a Kevin, James, ai fratelli Aidan e Liam O'Connell ed allo stesso Francis, si divertono un mondo a combinare guai, a giocare a calcio in strada e ad accendere fuochi nei campi circostanti.
Barrytown infatti fa parte di una superficie ancora relativamente incontaminata dal processo di cementificazione che sta coinvolgendo altre zone della città, ma i cantieri dove Paddy e la sua banda passano i pomeriggi a giocare stanno iniziando a spuntare sempre piu' numerosi anche li'.
La mamma di Paddy è "la migliore che ci sia nei paraggi" e il padre, Patrick, è "simpaticissimo" e, sebbene non vivano nel lusso, si può dire che i Clarke tutto sommato non se la passino affatto male.
La classica famiglia felice quindi? E invece no, perchè poco a poco il bambino si accorge che i suoi genitori litigano sempre più spesso. Aspettano che i figli vadano a dormire e poi di colpo iniziano con le discussioni, sempre più frequenti e sempre più accese. Perchè tutto questo? Paddy, che è il narratore in prima persona della storia, non riesce proprio a capacitarsene e questo lo fa stare terribilmente male. E poi per quale motivo anche i suoi compagni di giochi da qualche tempo si comportano in modo strano con lui? Come quella volta che fuori dalla scuola si è azzuffato con un ragazzo più grande e nessuno dei suoi amici ha mosso un dito per aiutarlo.
E poi c'è anche Francis, che non vuole più essere chiamato Sinbad e che si è chiuso totalmente in se stesso e non parla più con nessuno...
Ma soprattutto perchè due persone splendide come mamma e papà non riescono più a volersi bene?

RECENSIONE
Un libro sull'infanzia, ma non solo. Scritto proprio come lo scriverebbe un ragazzino di quell'età, in modo totalmente spontaneo e confusionario. 
Doyle si trova perfettamente a suo agio in questo tipo di esposizione, e con grande abilità salta spesso di palo in frasca, per poi riprendere dopo qualche pagina il discorso interrotto in precedenza, con l'irrequietezza e l'entusiasmo che solo un bambino di dieci anni può avere.
Assistiamo così a momenti divertenti e che fanno sorridere, e io stesso mi sono stupito ed anche un po' commosso notando che spesso il protagonista fa un sacco di cose un po' sciocche e insensate, ma che sono praticamente le stesse che facevo anche io. Un esempio su tutti: correre in tondo ossessivamente, fino a farsi venire la nausea. Un passatempo del tutto stupido e senza senso eppure... eppure evidentemente un bambino irlandese degli anni sessanta non era poi troppo diverso da uno nato in Italia nel decennio successivo...
Ma il particolare più toccante di questo romanzo, che nel 1994 è stato insignito del prestigioso Booker Prize, è proprio la reazione disperata ed illogica di Paddy quando sente il papà e la mamma litigare: si tappa le orecchie e trattiene il respiro, come se questo piccolo "rito" avesse il potere di farli smettere. 
Francamente devo dire che questo è un libro che mi ha fatto molto riflettere, e credo che Doyle abbia voluto scriverlo per ricordarci fino a che punto un bambino possa soffrire nel momento in cui inizia a rendersi conto che i propri genitori non vanno più d'accordo, e quanto indifeso esso sia in un momento del genere.
Paddy Clarke ah ah ah! è tutto questo, ma non solo. É anche il suono di una risata, perchè spesso ci rende partecipi di momenti piacevoli e buffi, ma è una risata che verso la fine si fa molto amara, diventando quasi beffarda.

BF


Nella nostra libreria:
Roddy Doyle
Paddy Clarke ah ah ah! (Paddy Clarke Ha Ha Ha!)
ed. Guanda Editore
285 pag.
traduzione di Laura Noulian




giovedì 26 settembre 2013

Le piume di Vurt - Jeff Noon (1993)

"...Bè, c'è chi sostiene che questi scambi siano accidentali; che una qualche sventurata cosa vurtiana si trovi troppo vicina a una porta, in un momento molto cruciale, proprio nell'istante in cui viene perduto qualcosa di reale. E zacchete! È il momento dello scambio! Altri dicono che ci sia una sorta di controllore dei MECCANISMI DI SCAMBIO il quale decide del fato degli innocenti. Il Gatto può solo accennare a questa faccenda per via dei grandi segreti che essa comporta e per la differenza di livello che separa te, lettore, da me. Ehi, sentite: ho lottato per arrivare dove sono oggi. Perchè mai dovrei mostrarvi la via più facile? Datevi da fare, giovincelli!"
Gatto Matto

TRAMA
La storia è ambientata in un futuro imprecisato, in una Manchester tetra e iper-tecnologica dove, a causa del progresso portato all'estremo si sono venuti a creare strani ibridi: robo-uomini, robo-cani, ragazze-ombra e via di questo passo.
Scribble, il protagonista, fa parte di una banda di ragazzi chiamati "Stash Riders" che vanno costantemente a caccia di emozioni per fuggire da una realtà violenta e disperata. Ed in quest'epoca il modo più usato per uscire da questo grigiore sembrano essere delle strane piume colorate che consentono di entrare nel Vurt, un'insieme di mondi onirici e che sono, a tutti gli effetti, la droga del momento.
Ci sono piume azzurre, rosa, argentate, nere...un colore per ogni tipo di "viaggio" che si vuole fare, basta infilarsene una in bocca ed accarezzarsi con quella il palato, ed il gioco è fatto.  
Ma ci sono anche alcune regole che è bene seguire. La più importante di tutte è che non bisogna MAI "viaggiare" da soli, ma in gruppo, perchè una volta entrati nel Vurt non si sa cosa si possa trovare, ed anche l'esperienza più tranquilla e gioiosa rischia di trasformarsi da un momento all'altro in un bad trip ed in questo caso si deve uscire dal sogno alla svelta.
Lo sa bene Scribble che, avendo trovato una piuma rarissima e molto pericolosa, il cosiddetto Vudu inglese, ha deciso di condividerla insieme alla sorella-amante Desdemona. Ci sono stati dei problemi, il "viaggio" è diventato un incubo angoscioso e terribile ed il ragazzo se ne è chiamato fuori di colpo, così facendo però ha lasciato indietro la sorella che si è persa nei labirinti del Vurt.
Siccome Scribble ha smarrito Desdemona in questa specie di mondo parallelo, per un gioco di bizzarri equilibri si è ritrovato nella realtà con un'essere alieno che pare un'ameba gelatinosa che emette suoni ridicoli, subito ribattezzata la Cosa-dagli Spazi-Interstellari.
Scribble non si dà pace, il suo unico scopo a questo punto è cercare di trovare un'altra piuma di Vudu inglese, tornare dove aveva interrotto il precedente sogno e scambiare l'alieno con Desdemona, sperando che tutto vada per il meglio.
Chiaramente ora sta a voi scoprire se ci riuscirà...

RECENSIONE
Definito dai critici all'epoca della sua uscita: "l'equivalente letterario di una mega dose di LSD" ed anche "una fiaba punk dolce e violentissima", questo romanzo rappresenta qualcosa di assolutamente unico nel suo genere. 
Una Manchester cupa e perennemente piovosa, che ci ricorda un po' le atmosfere di Blade Runner, fa da sfondo ad una storia che sta a metà tra Alice nel Paese delle Meraviglie e Arancia meccanica, che più che fantascientifica si potrebbe quasi definire cyberpunk.
Scribble è un novello Orfeo che ha perduto la propria Euridice, e che è disposto ad assumersi qualsiasi rischio pur di ritrovarla, in una storia che mischia continuamente momenti molto crudi ad altri più teneri e malinconici.
Vi è poi il misterioso personaggio chiamato Gatto Matto, che non si capisce bene chi sia, una figura sarcastica e profetica che dispensa a tutti piccole dritte sul come muoversi nel Vurt e che a volte si lascia andare a veri e propri "consigli per gli acquisti" sulle ultime piume lanciate sul mercato.
Le piume di Vurt, vincitore dell'Arthur C. Clarke Award 1994, ci presenta il vecchio clichè dell'immaginario e del reale che si confondono, ma in un modo del tutto inedito e seducente.
Un libro che lessi quasi vent'anni fa e che, dovendolo rileggere per scrivere questa breve recensione, mi sento di poter dire che è invecchiato benissimo. 

BF

Nella nostra libreria:
Jeff Noon
Le piume di Vurt (Vurt)
ed. Frassinelli
313 pag.
traduzione di Maria Teresa Marenco