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lunedì 4 agosto 2014

I giocatori di Titano - Philip K. Dick (1963)

"<<Cos'hai letto nel mio inconscio, Pat?>>
<<Una... sindrome di azione potenziale. Se fossi una pre-cog potrei dirti di più. Forse lo farai, forse no. Ma...>> Alzò gli occhi su di lui. <<È un atto violento, e ha a che fare con la morte.>>"
Pete Garden e Patricia McClain

TRAMA
In uno degli innumerevoli futuri imprecisati tanto cari sia a Dick, che a molti altri autori di science fiction, il numero degli abitanti della Terra si è enormemente ridotto a causa di una guerra globale che ha visto i cinesi utilizzare le temutissime Radiazioni Hinkel, rendendo in questo modo sterile la stragrande maggioranza della già esigua popolazione mondiale.
In seguito il nostro pianeta viene invaso dai Vug del pianeta Titano, una razza extraterrestre estremamente intelligente che nell'aspetto ricordano vagamente delle grosse amebe. Gli umani sopravvissuti alla catastrofe intanto si fanno asportare la ghiandola di Hynes per rallentare l'invecchiamento e giocano in modo maniacale a Bluff, una via di mezzo tra il poker ed il Monopoli, dove si possono vincere intere proprietà, città e regioni e ci si scambia anche le mogli. Tutto questo al fine di cercare di ripopolare il più possibile il pianeta attraverso le poche donne fertili rimaste, cosicchè ogni volta che una donna pesca la "fortuna", così si dice quando essa scopre di essere incinta, la notizia assume i contorni di un grande avvenimento che viene comunicato anche attraverso le radio ed i giornali.
Pete Garden è un giocatore che durante una mano particolarmente sfortunata ha appena perso sia la moglie sia l'amata proprietà di Berkeley, finita al Vincolato (padrone) di New York, un individuo disprezzato da molti per diversi motivi, di nome Jerome "Lucky" Luckman. Garden, già in preda ad una forma di depressione per non essere ancora riuscito ad avere la "fortuna" nonostante le diciotto partner che ha avuto, è disposto a tutto pur di riprendersi Berkeley. Arriva così a chiedere aiuto ad un ex campione di Bluff ridotto sul lastrico proprio da Luckman, il quale aspetta l'occasione per rifarsi con gli interessi sul rivale newyorkese.
Su tutto questo i Vug, che paiono esseri bislacchi e goffi ma pacifici, si limitano ad assicurarsi che tutto si svolga secondo le regole. Ma queste creature sono veramente pacifiche come sembrano? E se dovesse accadere qualcosa al tanto odiato Luckman ed i sospettati non fossero in grado di fornire un alibi perchè "non ricordano nulla", cosa succederebbe?

RECENSIONE 
Romanzo pubblicato nel 1963, l'anno dell'omicidio di Kennedy (evento che sconvolse profondamente Dick), I giocatori di Titano  risente a mio avviso ancora moltissimo dell'atmosfera tipica della fantascienza del decennio precedente. L'"Incubo Rosso", questa volta incarnato dalla Cina, è ancora ben presente ed il terrore di una catastrofe nucleare imminente è ancora vivo nell'immaginario della gente dell'epoca. Del resto è tutto ampiamente comprensibile, se pensiamo che la crisi della Baia dei Porci era andato in scena solo qualche mese prima.
Un romanzo di science fiction che per certi versi ricalca un po' altri lavori di Dick, soprattutto come ambientazione, ma che al contempo ci mostra un autore già proiettato nel futuro, per mezzo di alcuni elementi che qui iniziano ad essere introdotti in maniera consistente (il tema della religione, le droghe, la diversa percezione del reale), e che nelle opere seguenti dello scrittore americano verranno sviluppati massicciamente.
In più in questo libro Dick ci dà anche un piccolo saggio della propria verve ironica, solitamente poco conosciuta ma davvero notevole, creando alcuni piccoli siparietti comici tra gli umani e le macchine intelligenti, che ne I giocatori di Titano svolgono in tutto e per tutto il ruolo delle "colf" e che provvedono a tutte le incombenze domestiche.
Purtroppo però devo dire che tutto quanto di buono Dick è riuscito a creare in questo libro viene un po' scalfito ed a tratti vanificato da una trama sviluppata in maniera decisamente caotica e poco uniforme, nella quale a geniali intuizioni e colpi di scena ben congegnati si susseguono lunghe fasi di stanca durante le quali la noia la fa un po' da padrone. 
Peccato, perchè tutto sommato credo che questo, se curato adeguatamente, avrebbe potuto essere un piccolo grande capolavoro della fantascienza, e non il romanzo di transizione che in effetti è.
A scusante del grande Dick però va detto che il nostro spesso scriveva in condizioni di stress veramente insostenibili e, soprattutto durante gli anni sessanta, era letteralmente costretto a produrre il maggior numero di racconti possibile per cercare di sbarcare il lunario. Più che normale quindi che, tra i creditori alla porta e qualche editore particolarmente pressante, il povero Philip a volte fosse un po' costretto a "riscaldare la minestra".
In ogni caso da leggere, anche perchè un libro mediocre di Dick è pur sempre infinitamente migliore di tanta altra roba ben più celebrata. 

BF

Nella nostra libreria:
Philip K. Dick
I giocatori di Titano (The Game-Players of Titan)
ed. Fanucci Editore
216 pag.
traduzione di Anna Martini



martedì 29 luglio 2014

L'incanto del lotto 49 - Thomas Pynchon (1966)

"Forse alla fine sarebbe stato questo a ossessionarla di più: come tutto, logicamente, si combinava. Quasi che (lo aveva già indovinato in quel primo minuto a San Narciso) fosse in atto attorno a lei una rivelazione."
Thomas Ruggles Pynchon

TRAMA
La vita della casalinga californiana Oedipa Maas, sposata con il deejay radiofonico Wendell Maas, detto Mucho, viene stravolta il giorno in cui scopre di essere stata nominata esecutrice testamentaria da parte di Pierce Inverarity, ricchissimo imprenditore nonchè suo ex fidanzato.
Oedipa parte così per San Narciso, cittadina in cui si dovranno espletare tutte le relative pratiche e dove viene contattata dal co-esecutore, l'avvocato Metzger, bellissimo e con un passato da baby star di Hollywood. Per la giovane casalinga inizia così un'avventura a dir poco surreale dove, seguendo una lunga serie di indizi, verrà a conoscenza di una cospirazione vecchia addirittura di secoli.

RECENSIONE
Sapevo che non sarebbe stata una passeggiata confrontarsi con un lavoro di Thomas Pynchon, da più parti considerato il padre della cosiddetta letteratura postmoderna, ero stato ampiamente avvertito in tal senso, però alla fine ho deciso di tentare ugualmente ed, ahimè, devo dire che ho perso la scommessa con me stesso. Qual'era la suddetta scommessa? Semplice: leggere e capire un libro dell'autore americano più schivo ed impenetrabile di sempre. Ho scelto così il romanzo che tutti gli esperti indicano come il più adatto per prender confidenza con lo stile schizoide di Pynchon, L'incanto del lotto 49, e mi vedo costretto ad ammettere che, purtroppo, non ci ho capito nulla. 
Leggo sulla rete elogi sperticati a questo autore e al valore di quest'opera (cose che non metto minimamente in discussione, sia chiaro) e mi sento davvero un povero stupido, possibile che sia l'unico ad averne ricavato nient'altro che un gran mal di testa? Intendiamoci, io non mi ritengo un critico o un esperto ma solo uno a cui piace leggere (anche cose coraggiose e fuori dagli schemi, come è senz'altro in questo caso), però dovendo dare un mio giudizio su L'incanto del lotto 49 non sarei onesto se dicessi che sono riuscito a cogliere ogni sfumatura e/o riferimento presenti in questo testo. 
Potrei mettermi a tessere le lodi della straordinaria inventiva dello scrittore di Glen Cove, del suo modo impareggiabile di trascinare il lettore all'interno di una lunga serie di scatole cinesi, potrei scopiazzare alla carlona la recensione di qualche critico illuminato tanto per darmi un tono di grande intenditore e di persona acutissima, ma il problema è che non farei altro che raccontare un sacco di balle. 
E allora preferisco passare da ignorante, ma onesto. Io non dico che questo libro sia bello o brutto, semplicemente perchè non sono riuscito a capirlo. Limite mio, ci mancherebbe... Evidentemente mi sono cimentato con qualcosa che attualmente va al di là delle mie possibilità. Cose che capitano. Sarei solo curioso di sapere tra tutti coloro che affermano che di questo romanzo si parlerà anche tra tre secoli e che paragonano Pynchon a qualcosa di simile ad un supergenio, in quanti abbiano davvero compreso il senso de L'incanto del lotto 49. Io non ne sono stato in grado e lo confesso sinceramente.

BF

Nella nostra libreria:
Thomas Pynchon
L'incanto del lotto 49 (The Crying of Lot 49)
ed. Einaudi Stile Libero
174 pag.
traduzione di Massimo Bocchiola 

 


martedì 15 luglio 2014

Road dogs - Elmore Leonard (2009)

"Siamo road dogsnoi, amico, ci guardiamo le spalle a vicenda e neanche ci serve sapere il perchè."
Cundo Rey

TRAMA
Cundo Rey, malvivente cubano di mezza età, ex spogliarellista, ex assassino ed ex spacciatore personale di alcune star di Hollywood, viene trasferito dal carcere di massima sicurezza soprannominato "Gun Club" al più "morbido" Glades Correctional, in Florida.
Qui fa immediatemente la conoscenza di Jack Foley, leggenda della malavita, recordman di banche rapinate (circa duecento) e criminale "gentiluomo".
I due stringono un'amicizia molto forte e sincera, tanto che Cundo si offre di pagare a proprie spese un abilissimo avvocato, la signorina Megan Norris, per far ottenere un notevole sconto di pena a Foley, cosa che puntualmente avviene.
Il cubano si fida talmente dell'amico da permettergli di andare ad abitare in una delle proprie ville a Venice Beach, con la promessa di entrare in affari insieme una volta che Cundo verrà liberato.
Nella villa di fianco però, vive la ragazza di Cundo, la bella e spregiudicata Dawn Navarro, la quale finge di possedere doti soprannaturali per metter in contatto con l'aldilà i ricchi e creduloni abitanti della zona, spremendogli così un sacco di quattrini.
I problemi iniziano quando Dawn seduce Jack, proponendogli anche di metter in piedi un piano per truffare Cundo che però viene rilasciato prima del previsto all'insaputa dei due amanti.
Inoltre Foley è seguito costantemente da Lou Adams, un federale che è ben deciso a rendergli la vita impossibile, e che lo fa sorvegliare da Tico, il membro di una gang di latinos che già conosce molto bene la stessa Dawn.
Ed ora i nodi iniziano veramente a venire al pettine...  

RECENSIONE
Pochi libri sanno essere "cinematografici" come quelli di Elmore Leonard, non a caso è uno degli autori che vanta più trasposizioni filmiche tratte dalla sua sterminata bibliografia.
Leonard putroppo ha lasciato questa valle di lacrime l'estate scorsa ma fino all'ultimo, e questo Road dogs (uscito nel 2009, quando lo scrittore di Detroit aveva abbondantamente superato l'ottantina) lo dimostra ampiamente, ha prodotto opere eccellenti, con una verve ed una freschezza assolutamente sconosciute a tanti colleghi dall'età ben più verde della sua.
Road dogs nel gergo carcerario, serve ad indicare due detenuti che sono sempre pronti ad aiutarsi l'uno con l'altro ed a coprirsi le spalle a vicenda, ed il romanzo parla proprio di questo, cioè di due fuorilegge e del profondo senso di rispetto che si crea tra di loro.
Leonard come sempre è abilissimo nel costruire una trama che si sviluppa e cresce d'intensità man mano che si procede nella lettura, fino a raggiungere vette narrative di grande qualità. Nello stesso tempo poi riesce anche a regalarci per l'ennesima volta una galleria di personaggi davvero memorabili, pur con caratteristiche a volte a dir poco improbabili.
Eppure tutto questo contribuisce a far funzionare al meglio tutti gli intrecci presenti in Road dogs, e a chi legge basterà chiudere gli occhi un istante per trovarsi subito di fronte i personaggi protagonisti del romanzo, con tutte le loro tipicità ed il loro modo di esprimersi, proprio come se si fosse al cinema.
Questo è un romanzo davvero esplosivo che consiglio indistintamente a tutti, appassionati di genere e non, perchè scritto da un grande maestro di crime novel con il quale è letteralmente impossibile annoiarsi. Se non avete ancora letto nulla di Leonard forse è giunto il momento di dargli una possibilità, e vedrete che difficilmente resterete delusi. E, ne sono certo, capirete anche perchè è da sempre lo scrittore preferito di gente come Quentin Tarantino ed i fratelli Coen.

BF

Nella nostra libreria:
Elmore Leonard
Road dogs (Road Dogs)
ed. Einaudi Stile Libero Noir 
307 pag.
traduzione di Luca Conti

 

 

domenica 6 aprile 2014

Addio, e grazie per tutto il pesce - Douglas Adams (1984)


 ATTENZIONE!!! Il libro di cui stiamo per parlare è il quarto della Trilogia in cinque volumi. Se non avete letto il precedente, intitolato La vita, l'Universo e tutto quanto, vi sconsigliamo di proseguire con la lettura del post.



 "<<Se ricevessi un dollaro altairiano ogni volta che sento un pezzo di Universo guardare un altro pezzo di Universo e dire 'É terribile', non starei qui seduto come un limone a cercare un po' di gin. Ma in nessuna di queste occasioni ricevo dollari altairiani, e quindi sono seduto qui a cercare un po' di gin. In ogni modo, come mai hai un'aria così placida e un'espressione così languida? Sei innamorato?>>
<<Sì>>, rispose placidamente Arthur.
<<Per caso di una ragazza che sa dov'è la bottiglia del gin? Posso conoscerla?>>"
Ford Prefect e Arthur Dent 


TRAMA
E così, gira e rigira per la galassia, autostop dopo autostop, accade che alla fine Arthur Dent si ritrova sulla cara, vecchia Terra.
Ma, un momento! La Terra non era stata distrutta dai Vogon nel primo episodio della Guida?
A quanto pare no, perchè Arthur ritrova anche la sua casa, disordinata fino all'inverosimile, ma ancora intera. Nell'appartamento poi, oltre ad un sacco di dépliant pubblicitari, Arthur nota anche una scatola argentata, la quale contiene una boccia di vetro per pesciolini rossi recante la scritta "Addio, e grazie per tutto il pesce".
In seguito egli scopre che, nonostante abbia passato gli ultimi otto anni a girovagare nell'Universo, sulla Terra invece sembrano essere trascorsi solo pochi mesi e, altra cosa strana, tutti i delfini sono improvvisamente spariti.
Il mistero si infittisce quando il suo telefono continua a squillare nelle ore più assurde e, per un motivo o per l'altro, Arthur non riesce mai a rispondere in tempo.
A questo punto, decide perciò di volerci vedere più chiaro e, dopo aver fatto la conoscenza di un uomo di nome Russell, apprende che la popolazione terrestre è convinta di aver avuto un'allucinazione collettiva durante le fasi di distruzione operate dai Vogon.
Russel però ha una sorella, la graziosa Fenchurch detta Fenny, della quale il nostro protagonista si innamora a prima vista, che dice di essere in possesso di una palla di vetro simile a quella di Arthur, con la stessa enigmatica frase.
Nel frattempo Ford Prefect, persosi nei peggiori bar della galassia, si accorge che la voce della Guida riguardante il pianeta Terra, cancellata dopo la sua disintegrazione, è misteriosamente riapparsa. Cosa significherà tutto ciò?

RECENSIONE
Quarto romanzo dell'ormai famosa "Trilogia in cinque volumi", questo è forse l'episodio più anomalo di tutti. 
Segnato pesantemente dai continui ritardi nella fase di stesura e dai contrasti di Adams con l'editore, che intervenne in maniera anche abbastanza frequente nel testo, Addio, e grazie per tutto il pesce si discosta in modo piuttosto netto dagli altri capitoli. 
Infatti l'avventura si svolge quasi interamente sulla Terra, e poi presenta per la prima volta una storia d'amore con tutti i crismi. Per carità, la naturale attitudine al cazzeggio di Adams è sempre presente, e per fortuna, però diciamo che, pur regalando diversi momenti esilaranti (magnifica in questo senso, la vicenda del pacchetto di biscotti al bar della stazione che, a quanto sembra, capitò sul serio all'autore inglese) il tono generale del racconto è un po' più "serio".
Adams si risentì parecchio per le intrusioni nel suo lavoro da parte dell'editore, ed alla fine arrivò a dichiararsi piuttosto deluso dal risultato finale.
Alla fine credo che questo quarto episodio, quasi del tutto incentrato sulla figura di Arthur Dent, non sia nemmeno da buttar via, anzi, trovo che sia un bel modo per preparare il lettore al gran finale, anche se probabilmente le intenzioni iniziali di Adams non erano proprio queste. 
Magari non sarà il libro migliore dello scrittore di Cambridge, ma sono certo che Addio, e grazie per tutto il pesce di sicuro non mancherà di soddisfare, molto più dei lavori precedenti, i fan della Guida dall'animo più romantico.
Insomma, come Arthur ci insegna, alla fin fine anche una buona tazza di tè degna di questo nome necessita di un pochino di zucchero.

BF

Nella nostra libreria:
Douglas Adams
Dalla raccolta 'Guida galattica per gli autostoppisti - il ciclo completo'
Addio, e grazie per tutto il pesce (So Long, and Thanks for All the Fish)
ed. Oscar Mondadori
106 di 645 pag.
traduzione di Laura Serra







sabato 15 febbraio 2014

Meridiano di sangue - Cormac McCarthy (1985)

"La guerra c'è sempre stata. Prima che nascesse l'uomo, la guerra lo aspettava. Il mestiere per eccellenza attendeva il suo professionista per eccellenza. Così era e così sarà. Così e non diversamente."
Il giudice Holden


TRAMA
Siamo nei luoghi di frontiera tra Stati Uniti e Messico, intorno al 1850. Un ragazzo adolescente, dopo esser fuggito dal nativo Tennessee ed aver girovagato tra Missouri, Louisiana e Texas, arriva infine ad arruolarsi nell'esercito agli ordini del capitano White. Ma dopo esser scampato ad un'aggressione da parte dei Comanche, che in un'imboscata massacrano la sua compagnia, finisce per essere arrestato a Chihuahua dalla polizia messicana. In carcere, viene ingaggiato insieme ad altri due galeotti in una squadra di mercenari comandata dal truce capitano Glanton, uomo totalmente privo di coscienza e rimorso che ha fatto un patto con Trias, il governatore cittadino. Il contratto è molto particolare: cento dollari per ogni scalpo indiano, e mille per la testa di Gomez, il messicano che si è messo a capo della banda di Apache che sta seminando terrore e morte nei villaggi vicini.
Altra personalità di spicco all'interno di questa variegata masnada di cacciatori di scalpi è poi il giudice Holden. Alto, corpulento e totalmente glabro, egli è una figura enigmatica che, oltre ad essere un uomo di grande cultura, ha anche una notevole dimestichezza con le armi. Personaggio assolutamente diabolico e fuori da ogni schema questo, capace di discorrere di filosofia fino all'alba e, dopo pochi istanti, di uccidere a mazzate un bambino innocente, il tutto senza batter ciglio.
La compagnia parte così in una vera e propria caccia all'uomo, ma fin dalle prime battute si intuisce che quei luoghi selvaggi e dimenticati da Dio assomigliano sempre più all'inferno in Terra. E sarà un lungo percorso tra violenza, distruzione ed orrore.

RECENSIONE
Avete presente i cowboy descritti nei grandi western degli anni quaranta/cinquanta, gli eroi duri e ruvidi ma con un profondo senso dell'onore e della giustizia?
Bene, dimenticateveli.
I cowboy di McCarthy infatti sono dei miserabili, degli straccioni, degli esseri assolutamente rivoltanti sotto tutti i punti di vista e privi del più minuscolo briciolo di morale.
Meridiano di sangue racconta il lato più sporco e sgradevole dell'epopea del West, quello che nessun regista si è mai sognato di mostrare, con l'eccezione forse del noto film di Ralph Nelson Soldato blu. Pellicola assai violenta e che venne molto criticata questa ma che, se confrontata con l'opera di McCarthy, sembra quasi una gita a Gardaland.
Leggendo il romanzo ci si imbatte di continuo in luoghi che sono stati teatri di carneficine impressionanti, degne di uno scenario post apocalittico e che vengono immortalate con immensa bravura dall'autore che, va detto, fa un uso eccezionale della proprie grandi capacità descrittive, ricorrendo spesso ad immagini assai suggestive.
Basterebbe solo citare come McCarthy racconta la prima apparizione degli indiani, un'orda barbarica vomitata dalle più nere profondità degli inferi, un elenco di creature terrificanti che passano e se ne vanno sotto lo sguardo terrorizzato dei protagonisti. Un passaggio davvero memorabile e che da solo motiva la lettura di tutto il libro.
Unico difetto di Meridiano di sangue è, a mio parere, l'eccessiva lentezza che si avverte in alcuni punti e che può portare a spezzare un po' il ritmo della lettura, ma nel complesso trovo che si tratti di un'opera notevole sotto moltissimi aspetti. 
Chiaro che se siete impressionabili o avete lo stomaco debole non è sicuramente la prima cosa che vi consiglierei, ma ormai sappiamo bene che una delle caratteristiche peculiari dello scrittore di El Paso è proprio questo suo modo di narrare intenso e splendidamente brutale. 
Non dimentichiamoci poi che egli, per contro, è anche in grado di regalare descrizioni di paesaggi che lasciano senza fiato tanto sono pregne di poesia e di lirismo, pertanto io considero McCarthy uno dei maggiori autori esistenti.
Insomma, sappiate che non sarà facile e che dovrete fare una buona scorta di coraggio, ma credo che Meridiano di sangue sia un libro che debba essere letto perchè, non facendolo, si rischia di perdere qualcosa di unico e di potentissimo. Una lettura violenta e malata, dove la ferocia la fa da assoluta padrona, ricca di pagine piene zeppe di situazioni inimmaginabili ed a volte persino disturbanti, ma che sono convinto che si avvicinino moltissimo a quello che è stato il vero spirito del selvaggio West. 
Roba da far venire gli incubi a John Wayne.

BF


Nella nostra libreria:
Cormac McCarthy
Meridiano di sangue o Rosso di sera nel West (Blood Meridian Or the Evening Redness in the West)
ed. Einaudi
344 pag.
traduzione di Raul Montanari








venerdì 17 gennaio 2014

Oleandro bianco - Janet Fitch (1999)

"Quella notte si chiuse in cucina, a preparare cose troppo strane da nominare. Immerse gli oleandri nell'acqua bollente e vi aggiunse le radici di un rampicante con le campanule bianche che sembravano facce nell'acqua."
Astrid Magnussen

TRAMA
Astrid è una ragazzina che da sempre vive all'ombra della madre, unica sua parente e punto di riferimento nel mondo. Da quando è nata le due vivono in simbiosi, come se non avessero bisogno di null'altro che sè stesse. Ma un giorno Ingrid, la bella mamma dalla forte, fortissima personalità, conosce il più improbabile degli uomini, Barry, e perde la testa per lui.
La relazione tra i due però si rivela un fuoco di paglia, e termina velocemente come era iniziata; ma Ingrid non ne accetta la fine, e compie un gesto estremo che condannerà lei e Astrid a vivere, per la prima volta, separate.
Comincia così una nuova vita per Astrid, che diviene non più la figlia-ombra di sua madre, bensì una ragazza con una propria identità, le proprie passioni e le proprie esperienze.

RECENSIONE
Oleandro bianco è uno di quei libri che porto nel cuore. Non è il più bello che abbia mai letto, sicuramente, però è uno di quei libri gradevoli che letti al momento giusto ti lasciano un segno per sempre, e che di tanto in tanto ti viene voglia di rileggere.
Senza dubbio è un romanzo "adolescenziale", proprio per via della protagonista e della crescita che viene narrata durante la storia, e forse qualcuno potrebbe giudicarlo poco più che un Harmony, ma io credo che a volte un libro del genere sia proprio quello che ci vuole. Se non altro, per costruire la storia l'autrice non ha avuto bisogno di ricorrere a vampiri, streghe e licantropi vari, cosa che invece pare andare molto di moda ultimamente in questo tipo di narrativa.
Una lettura leggera insomma, molto adatta alle vacanze o in generale ai momenti in cui si vuole solo staccare la spina, che probabilmente sarà apprezzata da un pubblico femminile, ma che ritengo che anche i maschietti potrebbero non disdegnare.
E se proprio non siete convinti, potete sempre facilitarvi il tutto guardando prima il film White Oleander, che vede Michelle Pfeiffer nella parte di Ingrid; io però non ho mai avuto occasione di vederlo, per cui non posso garantirvi che sia effettivamente fedele al romanzo.

BW

Nella nostra libreria:
Janet Fitch
Oleandro bianco (White Oleander)
ed. Il Saggiatore
411 pag.
traduzione di Monica Pavani  

 


domenica 8 dicembre 2013

Pian della Tortilla - John Steinbeck (1935)

"Questa è la storia di Danny, degli amici di Danny e della casa di Danny. È la storia di come queste tre cose diventarono una sola."
John Steinbeck

TRAMA
Danny ed il suo amico Pilon sono due paisanos, ovvero quelli che vengono considerati i discendenti dei veri californiani, che nelle vene hanno sangue messicano, spagnolo, indio e caucasico, che vivono sul Pian della Tortilla, appena sopra Monterey, California. Disoccupati e senza una dimora, dopo aver partecipato alla Grande Guerra scoprono che il Viejo, il nonno di Danny, è morto, lasciandogli in eredità le sue due case.
In principio i due amigos occupano ciascuno una delle due abitazioni, e Pilon diventa affittuario di Danny, pur non versandogli mai la pigione. Ma questo rapporto rischia di minare l'amicizia dei due, che nel frattempo, con l'arrivo di Pablo e Gesù Maria, sono diventati quattro; e così quando la casa più piccola dove abitano i tre coinquilini per un incidente prende fuoco, Danny ne è sollevato, e così ospita i compagni di sbronze nella propria casa senza chiedere loro alcunché, con l'unico vincolo che l'unico letto dell'abitazione è suo per diritto.
Come se non bastasse, all'allegro quartetto ben presto si aggiungono il Pirata con i suoi cinque cani e Joe Portoghese il Grande.
Una casa, sei bocche (undici, se si contano i cani) da sfamare, e nemmeno un soldo. Ma state tranquilli: un gallone di vino da Torrelli in qualche modo lo si rimedia sempre.

RECENSIONE
Sebbene sia stato scritto appena due anni prima di Uomini e topi, Pian della Tortilla, pur avendo come protagonisti dei disoccupati proprio come George e Lennie ha un'impronta decisamente più goliardica e comica.
La filosofia dei protagonisti non è infatti quella che li spinge a cercare di darsi da fare per cercare di ottenere uno status sociale più elevato, anzi: lo stesso Danny soffre del miglioramento ottenuto con l'eredità delle due case, e pensa che prima, quando non aveva beni di cui preoccuparsi, era più libero. Al contrario i paisanos vivono alla giornata, rubacchiando e studiando espedienti per procurarsi la loro fonte di sostentamento primaria, il vinaccio venduto da Torrelli, e mentre lo bevono la sera narrano vicende capitate loro o di cui hanno sentito parlare, creando una storia nella storia.
Più volte mi è capitato, nelle poche ore occorse per divorare questo romanzo, di dovermi fermare in preda ad un attacco di ilarità. Pure, non si tratta solamente di un romanzo comico, perché è comunque permeato da un'essenza dolceamara. Anzi, se dovessi classificarlo non lo metterei tra le commedia, bensì tra i libri drammatici.
Lo stesso Steinbeck, dopo aver pubblicato il romanzo, se ne pentì, poiché pensava di aver "sottomesso al contatto degradante della gente perbene questi bravi esseri fatti di allegria e di bontà". Personalmente credo davvero che molte delle vicende narrate siano realmente accadute, come sostiene l'autore. Ma, me ne perdoni il buon Steinbeck, a volte non si può proprio evitare di ridere delle rocambolesche avventure di Danny e dei suoi amici.


BW

Nella nostra libreria:
John Steinbeck
Pian della Tortilla (Tortilla Flat)
ed. Garzanti
219 pag.
traduzione di Elio Vittorini

 

sabato 12 ottobre 2013

Io sono Helen Driscoll - Richard Matheson (1958)

"Fino a quel momento non avevo mai saputo cosa fosse il terrore che toglie il respiro, paralizza il corpo, impedisce qualsiasi movimento che non sia quello di sbarrare gli occhi."
Tom Wallace 

TRAMA
Tom Wallace vive un'esistenza tranquilla e felice insieme alla moglie Anne, che presto lo renderà padre per la seconda volta, ed al figlioletto Richard. Una sera durante una cena a casa dei vicini, viene convinto dal cognato Phil, che si diletta di occultismo, a lasciarsi ipnotizzare.
Tom accetta e quando si risveglia tra le risate degli amici, si rende conto che l'esperimento è riuscito e che Phil durante l'ipnosi è riuscito anche a fargli fare alcune cose buffe, facendogli interpretare molti divertenti siparietti.
Una volta a letto però, è vittima di una strana inquietudine e fatica a prendere sonno, quindi scende in soggiorno e lì ha una specie di visione: vede una ragazza vestita di nero, dall'espressione triste, che sembra volergli dire qualcosa.
Tom, paralizzato dal terrore, viene colto da un forte malessere fisico ed anche il giorno dopo raccontando la cosa alla moglie, si rende conto di non sentirsi molto bene. Le apparizioni si susseguono, notte dopo notte, lasciando Tom in uno stato di grande prostrazione e la moglie sempre più preoccupata.
Chi è la ragazza che vede ogni notte? Cosa vuole da lui? Si tratta di una visione, di uno spettro o di chissà cos'altro? A peggiorare ulteriormente le cose poi, ci si mette anche il fatto che Tom pare aver acquisito un potere molto particolare ed incontrollabile, in alcuni casi riesce infatti a captare i pensieri degli altri e si rende anche protagonista di episodi di chiaroveggenza.
La situazione però ormai è giunta al limite e bisogna fare assolutamente qualcosa per cercare di capire cosa è avvenuto quella sera durante l'ipnosi, anche perchè Anne è davvero molto provata dalla situazione ed inizia a pensare che il marito stia impazzendo.
A Tom non resta quindi che cercare di scoprire cosa gli stia succedendo e soprattutto capire chi è la ragazza che continua a vedere ogni notte, nello stesso punto della casa, e che pare rivolgergli una richiesta d'aiuto.

RECENSIONE
Storia intensa e colma di tensione, Io sono Helen Driscoll segue di qualche anno il romanzo più famoso di Matheson, quell' Io sono leggenda che lo ha fatto conoscere al grande pubblico,  grazie anche alla trasposizione cinematografica (per me indegna) realizzata nel 2007.
Prima di iniziare vorrei far presente una cosa: questo è un libro scritto alla fine degli anni cinquanta, quindi prima di accusare Matheson di scarsa originalità come ho sentito fare da più persone, bisognerebbe forse rendersi conto che egli è stato un PRECURSORE, quindi semmai l'accusa andrebbe rivolta verso chi ha attinto a piene mani, e sono molti, dalle idee e dall'immaginario dello scrittore californiano.
Questo romanzo che all'inizio potrebbe anche apparire un po' lento, in realtà prende ritmo mano a mano che si prosegue nella lettura, come una specie di timer innescato sapientemente dall'autore che gioca con una delle paure più classiche dell'uomo, quella dei fantasmi, ma che non si limita a spingersi in quell'unica direzione. 
Matheson infatti, ama scalfire poco alla volta la vita felice del protagonista, introducendo nella sua quotidianità elementi destabilizzanti in modo graduale, sempre di più, fino a farlo sprofondare in un incubo a tutti gli effetti.
Ma la cosa che mi ha lasciato davvero stupefatto è la capacità di Matheson di riuscire a far vivere in pieno al lettore la sensazione di ansia ed angoscia che precede ogni sua "crisi", con una narrazione in prima persona che mi ha fatto raggiungere picchi di empatia davvero straordinari.
Scritto in modo molto semplice e scorrevole Io sono Helen Driscoll è pertanto da considerarsi un romanzo che definire horror è un po' riduttivo, dal momento che mette insieme svariati generi, il tutto condito da un tocco di soprannaturale.
Un libro che reputo bellissimo e che non dovrebbe mai mancare in ogni libreria che si rispetti.
Signori, giù il cappello davanti a Richard Matheson.

BF


Nella nostra libreria:
Richard Matheson
Io sono Helen Driscoll (A Stir of Echoes)
ed. Classici Urania Mondadori
211 pag.
traduzione di Hilia Brinis


domenica 6 ottobre 2013

Prega detective - James Ellroy (1981)

"Dopo aver dato un'occhiata all'arredamento dell'ufficio, si sedette con una certa riluttanza. Era vicino ai quaranta e grasso, fra il metro e sessantasette ed il metro e settanta di altezza ed intorno ai cento chili. Indossava un paio di ridicoli e luridi calzoni di madras almeno sette centimetri troppo corti, una Lacoste aderente che gli avvolgeva il busto come la pelle di una salsiccia e scarpe da golf di cuoio bianco e nero a cui erano stati tolti i chiodi. Era il perfetto golfista ubriacone spuntato dall'inferno."
Fritz Brown

TRAMA
Fritz Brown è un investigatore privato che si guadagna da vivere effettuando espropri d'auto a chi è in ritardo con i pagamenti. Di origine tedesca, ex alcolista ed un passato piuttosto burrascoso nella polizia di Los Angeles, Brown è anche un grandissimo appassionato di musica classica romantica (Beethoven, Wagner, Brahms, Bach) e sogna di visitare la Mitteleuropa, patria dei suoi compositori preferiti oltrechè dei propri avi.
Un giorno si presenta nel suo ufficio un certo Freddy "Fat Dog" Baker, un caddie con radicate idee antisemite che, sventolando un gran mazzo di dollari, lo incarica di tenere d'occhio la sorella Jane, bellissima violoncellista, e di convincerla a farla finita col suo mecenate Sol Kupferman, ricco e anziano uomo d'affari ebreo.
Durante le indagini, Brown scopre che Fat Dog è un piromane ed è sospettato di aver provocato circa dieci anni prima un incendio al Club Utopia, un locale che era guardacaso di proprietà di Kupferman. Nel rogo morirono sei persone, i tre colpevoli vennero arrestati e condannati a morte, ma da più parti si sosteneva la tesi dell'esistenza di un "quarto uomo" coinvolto nel fatto e scomparso nel nulla. Brown quindi sospetta fortemente che possa trattarsi proprio di Baker, che nel frattempo è fuggito, forse diretto oltre confine, a Tijuana.
Il nostro amico Fritz allora si dirige in Messico, dove si trova coinvolto in un caso davvero scottante, che va a frugare nel losco passato di Kupferman scoperchiando un vaso di Pandora che forse era meglio lasciare ben chiuso.

RECENSIONE
Se siete fan di James Ellroy, e vi siete innamorati dei suoi capolavori come Dalia Nera, Il grande nulla o L.A. Confidential, potreste anche rimanere delusi da Prega detective, romanzo d'esordio del giallista californiano.
Non siamo affatto di fronte ad un libro brutto, però sicuramente si tratta di un'opera "minore", specie se paragonata ai grandi classici di Ellroy. 
La trama è sufficientemente coinvolgente e lo stile è brillante e ricco d'energia anche se, tranne il protagonista della vicenda, la caratterizzazione degli altri personaggi risulta forse un po' carente ed in alcuni punti gli sviluppi della storia non mi hanno convinto pienamente.
Un Ellroy non ancora del tutto formato come scrittore e vittima di qualche piccola incertezza ma, tuttavia, direi che Prega detective è comunque un giallo più che apprezzabile e senza dubbio  meritevole di lettura.

BF

Nella nostra libreria:
James Ellroy
Prega detective (Brown's Requiem)
ed. Mondadori
262 pag.
traduzione di Stefano Bortolussi




domenica 29 settembre 2013

Uomini e topi - John Steinbeck (1937)

"Per noi è diverso. Noi abbiamo un avvenire. Noi abbiamo qualcuno a cui parlare, a cui importa qualcosa di noi. Non ci tocca di sederci all'osteria e gettar via i nostri soldi, solamente perché non c'è un altro posto dove andare. Ma se quegli altri li mettono in prigionem possono crepare perché a nessuno gliene importa. Noi invece è diverso."
George

TRAMA
Durante la grande depressione due hobos, come molti altri, girano per i ranch della California in cerca di un lavoro. Si tratta del gigantesco e ritardato mentalmente Lennie e del saggio George, che si prende cura costantemente dell'amico, tirandolo fuori dai guai e ricordandogli continuamente quale sia il loro obiettivo: comprare un pezzetto di terra tutto loro, dove potranno vivere "del grasso della terra" e dove Lennie potra accudire i conigli.
Lennie infatti ha la passione per le cose morbide, e gli piace accarezzarle, soprattutto gli animaletti come ad esempio i topi, ma non rendendosi conto della sua forza quasi sovraumana finisce sempre con l'ucciderli.
I due compagni finiscono così in un ranch dove vengono assunti come caricatori. Lì conosceranno il vecchio scopino Candy e il garzone di stalla negro Crooks, entrambi con negli occhi il sogno di una famiglia e di un pezzo di terra il capo-cavallante Slim, molto intelligente e perfettamente capace di gestire le dinamiche, a volte anche delicate, del ranch, il figlio del padrone, Curley, violento e complessato a causa della sua bassa statura, e la moglie di lui, sciocca, vanesia e provocatrice, che si sente frustrata perché non è riuscita a realizzarsi e per aver sposato l'uomo sbagliato.

RECENSIONE
In Uomini e topi il vincitore del Premio Nobel per la Letteratura 1962 e Premio Pulitzer 1940 affronta uno dei suoi temi ricorrenti: quello dello sfruttamento dei poveri, della loro negata possibilità di emancipazione, ma anche quello della solitudine dell'uomo.
Non voglio soffermarmi più a lungo sugli aspetti sociologici e filosofici del libro; piuttosto voglio parlarne dal punto di vista della narrazione.
Steinbeck, nei soli sei capitoli che compongono il romanzo, è stato capace di descrivere perfettamente due microcosmi: uno è l'unità famigliare-duo George-Lennie, dove dal primo dipende completamente la sopravvivenza del secondo. L'altro è il ranch, nel quale in realtà esistono una moltitudine di singoli individui legati l'uno all'altro solamente da una convivenza forzata e dal lavoro che li accomuna.
I capitoli (anzi, le parti) in cui è diviso il romanzo descrivono altrettante scene perfettamente definite, tanto che verrebbe da pensare che fin dall'inizio lo scrittore pensasse ad una trasposizione teatrale divisa in atti.
Uomini e topi è un classico della letteratura contemporanea, che pur toccando temi sociali delicati si legge molto bene, anche grazie al linguaggio molto realistico (un plauso va sicuramente alla traduzione di Cesare Pavese), che ci fa immergere nella scena. Il lettore non si limita a osservarla, ma la vive, come si trovasse nel ranch insieme ai due uomini, sente le loro speranze e le loro paure.
Una lettura breve, che una volta iniziata nel giro di un paio d'ore avrete già finito, ma che vi toccherà nel profondo, come tutti i buoni libri sanno fare.

BW

Nella nostra libreria:
John Steinbeck
Uomini e topi (Of Mice and Men)
ed. Tascabili Bompiani
120 pag.
traduzione di Cesare Pavese