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lunedì 28 luglio 2014

Vita di una donna licenziosa - Ihara Saikaku (1686)

"Gli uomini con cui avevo stretto una relazione erano così numerosi da non poterli quasi ricordare, mentre esistevano donne che in tutta la loro vita conoscevano un unico uomo e che, se costui moriva, non cercavano un altro ma, colpite profondamente dal dolore della separazione dalla persona amata, lasciavano la loro casa per divenire monache."
La narratrice

TRAMA
Mentre si reca a Saga, l'autore si unisce a due uomini, entrambi tormentati dalle pene d'amore. I tre giungono ad una capanna nel bosco dove, solitaria come un'eremita, vive un'anziana donna.
Come una nipponica Shahrazād, la donna racconta ai tre le vicende della sua vita da cortigiana, dal suo massimo splendore, quando la sua sola compagnia fruttava denari, sete e doni preziosissimi, al suo declino.
Sesso, potere, arguzie, ma anche, e soprattutto, tanta psicologia: questi erano gli elementi necessari per vivere e sopravvivere come libertina nel Giappone feudale del periodo Edo.

RECENSIONE
È incredibile come un romanzo scritto nel XVII secolo possa risultare tanto moderno per certi aspetti: innanzitutto per i temi trattati, ovvero il sesso e l'erotismo, che nonostante la loro centralità vengono proposti quasi fuggevolmente, senza nulla dire ma lasciando intendere molto; ma la cosa che forse mi ha più colpita è la storia che si ripete sempre immutata, anche se i secoli passano e se ci si sposta di quasi diecimila chilometri: allora come oggi, in Giappone come in Italia, le donne con la fortuna di avere un aspetto gradevole potevano raggiungere posizioni di potere, oltre a guadagnare i beni più preziosi, grazie al loro corpo, non solo "giacendo con gli uomini", ma anche solo mostrandosi gentili con loro. Effettivamente non dovrebbe stupire così tanto, in fondo i quattro secoli appena che si separano dal mondo di Ihara Saikaku, paragonati alla storia dell'evoluzione dell'uomo, sono un tempo brevissimo; è dunque naturale l'istinto che ci spinge a comportarci in questo modo.
Darwinismo a parte, Storia di una donna licenziosa è un libro molto interessante dal punto di vista storico-culturale per tutti coloro che desiderino approfondire la loro conoscenza del Giappone feudale, grazie anche alle numerose note che integrano l'opera, anche se purtroppo sono tutte riportate in fondo ad essa, rendendo un po' meno scorrevole la lettura. Si può comunque ovviare a questo "problema" leggendo il romanzo per esteso e riprendendo le note solo alla fine, come ho fatto io.
Il volume è poi impreziosito ulteriormente dalle illustrazioni di Yoshida Hanbei, risalenti anch'esse al tardo XVII secolo.
Un'opera fuori dagli schemi, il cui fascino ha superato i secoli e le distanze, e che consiglio senza dubbio agli amanti del Paese del Sol Levante; ovviamente, purché si tratti di un pubblico adulto.

BW

Nella nostra libreria:
Ihara Saikaku
Vita di una donna licenziosa (好色一代女 - Kōshoku ichidai onna)
ed. ES
201 pag.
traduzione di Lydia Origlia

 

lunedì 14 luglio 2014

47 ronin - George Soulié de Morant (2006)

"Sotto la gelida coltre di neve
Il forte pino per un certo tempo si china
La neve si scioglierà... Quando?
Sotto il sole di domani."
Terasaka Kichiemon

TRAMA
Nel marzo del 1701 il signore del clan di Enya, Asano Takumi-no-kami Naganori, di fronte a ripetute ed ingiustificate offese da parte di Kira, il ministro dei Riti dello Shogun, commise un reato molto grave, ovvero sparge del sangue all'interno dei confini cittadini. A causa delle menzongne del meschino Kira, Asano venne condannato a morte, con l'onore di poter commettere seppuku.
Alla morte del proprio padrone 48 dei samurai che gli avevano giurato fedeltà, oramai divenuti dei ronin, fanno un giuramento di sangue in cui si ripromisero di vendicarlo, riscattandone la memoria e l'onore. Ma la vendetta è un piatto che va consumato freddo: e così per più di un anno i 48 valorosi uomini, guidati da Oishi Guranousuke, tramite raffinate e complesse tecniche di spionaggio prepararono il piano perfetto per uccidere Kira ed estirpare il germe del disonore che li aveva resi orfani del proprio daimyo, anche a costo della loro stessa vita.

RECENSIONE
Rappresentazione perfetta del bushido, la vicenda dei 47 ronin è un misto tra evento storico e leggenda. Quella riportata postuma dal diplomatico francese George Soulié de Morant nel volume che oggi vi proponiamo viene presentata come la versione tramandata direttamente dall'unico sopravvissuto dei 48 samurai del clan di Enya, Terasaka Kichiemon.
Terasaka infatti, come si spiega fin da principio, fu graziato dallo Shogun e gli venne impedito di commettere seppuku, non perché meno coraggioso dei suoi 47 compagni ma in quanto più giovane. A lui venne affidato infatti il compito di rimanere in vita il più a lungo possibile al fine di tramandare le gesta compiute per vendicare Asano, ed è ciò che fece fino alla sua morte nel 1767, all'età di ottantuno anni.
Evento reale o mito che sia, 47 ronin è un affascinante documento, oltre che un romanzo, dal quale si possono apprendere moltissimi aspetti dell'epoca Edo, dall'amore per le poesie e il loro significato alle finissime strategie militari, dalla fermezza nel rispettare il codice del samurai (compresa l'inevitabile fine) all'amore che lo stesso uomo che non avrebbe esitato ad uccidere provava verso i propri cari.
Un'opera fondamentale per qualunque appassionato del Paese del Sol Levante, fortemente consigliata però anche a chi genericamente ama le spy-stories o i romanzi di guerra.

BW

Nella nostra libreria:
George Soulié de Morant
47 ronin (Les 47 Rônins. Le trésor des loyaux samouraïs)
ed. BUR Rizzoli Contemporanea
177 pag.
traduzione di studio pym / Milano

      

mercoledì 2 luglio 2014

Enciclopedia dei Mostri Giapponesi - Shigeru Mizuki (1994)

"Siete sicuri di sapere quello che state facendo?
State per entrare in un mondo molto particolare, che non è né fiaba, né leggenda, e che ha piuttosto il sapore di un resoconto di fatti realmente accaduti di cui però non si hanno prove."
Andrea Baricordi

RECENSIONE
Può capitare a tutti in qualsiasi momento di trovarsi in Giappone e di imbattersi in un qualche mostro, spirito o demone, ma niente paura! L'Enciclopedia dei Mostri Giapponesi del mangaka Shigeru Mizuki, considerato uno dei maestri dell'arte del fumetto, è proprio ciò che fa per voi.
Come dice il titolo stesso, non si tratta di fiabe o racconti, ma di una vera e propria enciclopedia illustrata in cui l'autore ha raccolto un bestiario del soprannaturale relativo a folklore, religione, ma anche ad autentiche testimonianze di avvistamenti. Come spiega nell'introduzione anche Andrea Baricordi, curatore dell'adattamento testi e del glossario, "Mizuki è una guida discreta, e non cercherà né di fornirvi la spiegazione dei misteri, né di convicervi che queste creature esistono realmente. Mentre vi accompagnerà in questo viaggio, farà solo alcune congetture, invitandovi a tirare le vostre conclusioni da soli."
Sia che vi approcciate all'Enciclopedia leggendola per intero, come se fosse un saggio, sia che la utilizziate come volume da consultazione laddove vi capiti di imbattervi in un qualche essere soprannaturale (ad esempio, io ho trovato molto interessante approfondire alcune figure dell'immaginario di Miyazaki Hayao), essa è un'opera molto ben fatta, con un unico difetto: fate attenzione, perchè potreste partire col guardare una singola voce per poi trovarvi ore dopo ancora alle prese con questo libro, rapiti in un vortice di nomi fantastici (ed a volte impronunciabili).
Ogni creatura fantastica, nella propria scheda personale, oltre alla descrizione, ai riferimenti storici ed ad eventuali testimonianze, presenta un'illustrazione per mano dello stesso Mizuki, che contribuisce a rendere il lettore occidentale più partecipe e coinvolto in questa branca della cultura e delle tradizoni del Paese del Sol Levante.


BW

Nella nostra libreria:
Shigeru Mizuki
Enciclopedia dei Mostri Giapponesi (水木茂るしげるの日本妖怪めぐり - Mizuki Shigeru no Nihon Yōkai Meguri)
ed. Kappalab
504 pag.
traduzione di Keiko Ichiguchi (A-K) e Emilio Martini (M-Z)
illustrazioni di Mizuki Shigeru

 

domenica 29 giugno 2014

Actarus. La vera storia di un pilota di robot - Claudio Morici (2007)

"<<Non l'ho fatto apposta, Dottore.>>
<<E ci mancherebbe!>>
<<Giuro, sono cose che capitano...>>
<<Alcor, a te capitano sempre! Hai disintegrato una scuola di ballo!>>
<<Ho anche distratto il mostro che aveva bloccato Goldrake con i raggi protonici, che ne sapevo che stavano facendo il saggio?!?>>
<<Alcor, guardami. Ti ricordi com'eri quando ci siamo conosciuti?>>
<<Certo che me lo ricordo.>>
<<Ti ricordi come mai ti chiamavano tutti Alcol?>>"
Alcor e il dottor Procton

TRAMA
Anno 2076. La Terra è da tempo in guerra contro Vega che continua ad attaccare il nostro pianeta con i suoi terribili mostri combattenti. Ma per fortuna c'è Goldrake, il gigantesco robot pilotato da Actarus, un ragazzo bello e coraggioso, che riesce ogni volta a respingere i feroci assalti degli extraterrestri.  Che seguono sempre lo stesso copione, come se fosse un qualcosa di già prestabilito. Anche tre o quattro volte alla settimana.
Il problema è che Actarus non ce la fa più, è stufo di questa routine fatta solo di lavoro tra combattimenti, esplosioni e briefing presso l'Istituto Spaziale. Non ne può più del dottor Procton e dei suoi interminabili discorsi-fiume sulla necessità di difendere la razza umana, sull'importanza di rimanere UNITI. E non ne può più nemmeno del maldestro Alcor che, da ex alcolizzato, tedia il povero Actarus con continue raccomandazioni sui pericoli delle dipendenze. E neppure di Venusia, ninfomane e dalla personalità inconsistente, o dei tecnici dell'Istituto Spaziale che ormai passano tutto il loro tempo a navigare su chat-line di appuntamenti. 
E così il nostro eroe per tirare avanti si imbottisce di Peroni e guarda programmi spazzatura alla tivù, chiedendosi se ne valga davvero la pena di continuare a fare questa vita. Vorrebbe tornare su Fleed, la sua stella natale, per staccare un po' la spina, rilassarsi e godersi un assaggio della tanto decantata spregiudicatezza sessuale delle ragazze del luogo, ma purtroppo al momento c'è troppo da fare e quelli dell'Istituto non possono permettersi di mandarlo in ferie.
Ed allora avanti sempre allo stesso modo, tra alabarde spaziali, magli perforanti e folli messaggi video dei ribelli di Vega che assumono sempre di più i deliranti toni dei comunicati delle organizzazioni terrostiche. Finchè un giorno Actarus si imbatte per caso in Roberta, anoressica attivista no global che si batte per le cause più disparate e della quale si innamora perdutamente.
Roberta così insinua nell'ingenuo Actarus il sospetto che le cose non siano sempre come sembrano, anzi... 
Ed è così che avviene l'inimmaginabile.

RECENSIONE
A volte può succedere che un libro ci colpisca e susciti il nostro interesse fin dalla copertina. Ebbene per me con Actarus - La vera storia di un pilota di robot è stato esattamente così. D'altronde non poteva essere altrimenti con un titolo del genere, capace di risvegliare in me (e sono certo anche in tanti altri) bellissimi e lontani ricordi di pomeriggi passati davanti alla televisione a seguire le avventure di Atlas UFO Robot e di tanti altri cartoni animati che un tempo andavano per la maggiore. Noi trentacinque-quarantenni, in particolare, siamo proprio la generazione che ha subito in pieno l'invasione dei cosiddetti "robottoni giapponesi", che per noi bambini di allora rappresentavano degli eroi in tutto e per tutto, tanto da ritrovarci ogni giorno in cortile, non solo per giocare, ma anche per commentare le puntate appena terminate, in un corrispettivo infantile di un qualsiasi "Bar Sport".
Ammetto che non conoscevo Claudio Morici quando ho acquistato questo romanzo, e non sapevo esattamente cosa aspettarmi, ma devo dire che lo scrittore romano si è rivelato un autore sorprendente, brillantissimo ed assolutamente folle, nel senso migliore del termine.
Morici prende uno dei più amati cartoni di culto dei tardi anni settanta e ne fa una parodia divertente ed acutissima, senza lasciarsi andare a forzature esagerate o stupide.
Ed è questo il lato geniale di Actarus; il fatto cioè che, pur essendo tutta la storia rivisitata in maniera grottesca ed ironica, ci sia anche la possibilità di cogliere diversi riferimenti ad alcune situazioni molto attuali e, pur senza volersi prendere troppo sul serio, Morici ne fa una critica piuttosto decisa.
E poi c'è tutta una serie di momenti estremamente esilaranti, dove si ride davvero alla grande, e che ci mostrano i nostri eroi alle prese con i piccoli problemi di tutti i giorni come la spesa, o le serate passate a chiacchierare nei bar alla moda senza combinare nulla, e che ce li rendono un po' più umani.
Oppure ci sono le piccole rivalità tra piloti di robot, come può avvenire in qualsiasi altra categoria. Ed ecco allora che veniamo a conoscenza di come, sotto sotto, Actarus non sopporti Jeeg Robot d'Acciao ("Possibile che continuino ancora a scambiarmi per lui?!") o lanci frecciatine velenose a Daitarn 3 ("Con quell'alettone sembra un turco dello spazio...") oppure venga sfottuto senza pietà da quel macho ottuso di Gundam ("Guarda che se ti piace il pisello non fa niente, resti sempre mio amico, basta che con me fai finta di nulla e non parli di queste cose, ok?").
Insomma se volete divertirvi vi consiglio caldamente questo strabiliante omaggio confezionato veramente col cuore, come solo un fan poteva fare, e se eravate patiti del cartone non potete in alcun modo esimervi dal leggerlo. Tuttavia, se appartenete invece alle generazioni successive e per voi Goldrake non è altro che qualcosa che odora di preistorico, potreste ugualmente farvi due sane risate con questo gioiellino e, chissà, trovarvi di colpo a cercarne i DVD o le vecchie VHS. Il tutto perchè magari anche in voi è scoccata la stessa scintilla che colpì noi, bambini dagli occhi sgranati all'inverosimile, mentre venivamo avvertiti dalle materne annunciatrici RAI a proposito delle scene di violenza presenti nel programma, come avveniva ogni giorno a partire da quel fatidico 4 aprile 1978.

BF

Nella nostra libreria:
Claudio Morici
Actarus. La vera storia di un pilota di robot
ed. Meridiano Zero
222 pag.







venerdì 13 giugno 2014

Norwegian Wood - Haruki Murakami (1987)

"<<Watanabe?>> [...]
<<Sì?>>
<<Vorresti fare l'amore con me?>>
<<Naturalmente>> [...]
<<Ma puoi aspettare?>>
<<Naturalmente posso aspettare>>
<<Prima vorrei cercare di mettere un po' di ordine dentro di me. E se riesco in questo, forse riuscirò a diventare una compagna più adatta per te. Puoi aspettare fino ad allora?>>
<<Naturalmente.>>
<<Adesso ce l'hai duro?>>
<<Cosa? Il callo sotto il piede?>>
<<Scemo.>>"
Naoko e Watanabe Tōru

TRAMA
Mentre si trova su un aereo che sta per atterrare ad Amburgo, il trentasettenne Watanabe Tōru sente per caso, dopo tanto tempo, Norwegian Wood dei Beatles. É così che, inaspettatamente, comincia il lungo flashback che durerà per tutto il romanzo: Watanabe torna al 1969, l'anno in cui compì vent'anni, e ricorda la sua crescita, fisica e mentale, che lo ha portato dalla fanciullezza all'età adulta. Il giovane studente trascorre quell'anno, segnato in tutto il mondo dai movimenti studenteschi e tumulti rivoluzionari, tra i propri tumulti personali dovuti allo stano rapporto con alcune figure: la dolce e fragile Naoko, ex fidanzata del suo defunto amico Kizuki, con cui egli stesso si fidanza; la stravagante e sensuale Midori, con la quale allaccia un rapporto che pare un po' più di una semplice amicizia; la matura ed affascinante Reiko, che lo aiuta con Naoko; ed infine lo spregiudicato e sicuro di sé Nagasawa, astro nascente della diplomazia nipponica, e la sua paziente ragazza Hatsumi.

RECENSIONE
Forse finora Murakami è, tra gli autori giapponesi che ho letto, quello che più ha rispecchiato i miei gusti letterari. Ve detto che Norwegian Wood è stato scritto lontano dalla sua patria, metà in Grecia e metà in Italia, e, come ha ammesso egli stesso, forse ciò ne ha influenzato la stesura. Fatto sta che, pur mantenendo tutti gli elementi della scrittura giapponese che mi affascinano, è piuttosto "occidentale". Paragonandolo, ad esempio, ai romanzi della Yoshimoto, l'ho trovato molto più plausibile e veritiero, anche in quei passaggi dove gli avvenimenti erano esagerati.
Come nelle opere della sua connazionale, Amore e Morte sono due elementi che spesso si intrecciano, quasi fossero inscindibili, tanto che, almeno secondo me, il titolo della prima edizione italiana a cura della Feltrinelli, che è diventato poi il sottotitolo di quella dell'Einaudi, ovvero Tokyo Blues, è molto appropriato. Come un blues infatti lascia un senso di malinconia, che traspare anche nei momenti felici, ma allo stesso tempo non si può negare che sia bellissimo.
Murakami è un coetaneo di Watanabe, entrambi sono nati nel 1949, e forse il ragazzo protagonista di questo suo romanzo potrebbe essere la sua rappresentazione; ma se anche così non fosse, i tumulti che a volte interrompono l'abitudinaria vita nell'Università che frequenta Watanabe anche l'autore li ha vissuti, e si nota da diversi commenti, spesso al vetriolo, ad esempio detti da Midori. Ma anche queste prese di posizione, da parte di Murakami o dei personaggi da lui creati, sono ben lontane dagli estremismi radicali di Mishima.
Norwegian Wood è insomma un romanzo che ho amato molto, per la sua capacità di descrivere un'epoca, sia storica che della vita del protagonista, ormai passata, di parlare di sentimenti profondi e difficili, di intrecciare alla trama musica e letteratura, stimolando la curiosità per i brani o i romanzi che non conosco e facendomi rammentare con un sorriso quelli a cui invece non sono estranea.

BW

Nella nostra libreria:
Haruki Murakami
Norwegian Wood. Tokyo Blues (ノルウェイの森 - Noruwei no mori)
ed. Einaudi Super ET
379 pag.
traduzione di Giorgio Amitrano

  

domenica 11 maggio 2014

Il codice dei samurai. Hagakure - Yamamoto Tsunetomo (1906)

"70. Le grandi imprese non si compiono da sobri."
Yamamoto Tsunetomo, cap. 1 par. 113

RECENSIONE
Scritto nei primi anni del Millesettecento, anche se venne pubblicato per la prima volta solamente nel 1906, l'Hagakure ricorda molto, per la sua struttura, il ben più antico trattato di Sun Tzu intitolato L'arte della guerra. E come poteva essere altrimenti? Proprio ad esso si ispirò il samurai-monaco Yamamoto, anche se gli aforismi, le riflessioni e gli aneddoti contenuti nell'Hagakure (originariamente intitolato Hagakure kikigaki, ovvero Annotazioni su cose udite all'ombra delle foglie) sono finalizzati alla Via del samurai, il Bushidō.
Analogamente e seguendo la filosofia orientale, secondo la quale pochi princìpi basilari sono adattabili a tutto, in realtà non si deve credere che Il codice dei samurai sia una lettura idonea solamente a coloro che da piccoli amavano Goemon o che si sono appassionati del ronin Matsuyama Kaze: certo la sua lettura aiuterà a comprendere maggiormente alcuni aspetti di questi personaggi, ma anche più in generale parte della cultura giapponese.
Ad esempio, se si pensa che dai suoi brani hanno tratto il coraggio (o l'incoscienza) per immolarsi per il proprio signore, nella fattispecie l'Imperatore stesso, i kamikaze della Seconda Guerra Mondiale, seguendo il primo tra i princìpi del Bushidō, si può comprendere meglio (senza per questo giustificarli) come abbiano fatto a compiere un gesto così assurdo e sconsiderato. Proprio a causa di questi fatti in passato quest'opera è stata spesso paragonata e considerata alla stregua del Mein Kampf; trovo tuttavia che questo paragone sia stupido ed ignorante. Innanzitutto, occorre considerare che Yamamoto non scrisse l'Hagakure con lo scopo di pubblicarlo e renderlo un libro militare, tutt'altro: egli aveva chiesto di distruggere il testo! E poi trovare dei capri espiatori tra le opere per la follia umana è sempre stato un espediente fine a sé stesso, un po' come chi sostiene che Wagner era un nazista, quando morì cinquant'anni prima della vittoria di Hitler!
Sicuramente consiglierei la lettura de Il codice dei samurai a tutti coloro che volessero avvicinarsi alle opere di Yukio Mishima, in quanto questo autore si ispirò molto ad esso, tanto da riscriverne una versione in giapponese moderno.
Un libro a mio avviso molto interessante, per quanto non semplicissimo, anche se la sua lettura è molto aiutata, almeno nella nostra edizione, dalle note esplicative in calce oltre che dalla spiegazione di alcuni brani. Aggiungo infine che, almeno ad oggi, non esistono traduzioni integrali dell'opera in lingua italiana, a causa della difficile interpretazione di alcuni passaggi specificamente correlati alla cultura giapponese.


BW

Nella nostra libreria:
Yamamoto Tsunetomo
Il codice dei samurai. Hagakure (葉隠 - Hagakure)
ed. BUR Rizzoli minima
149 pag.
a cura di Leonardo Vittorio Arena


martedì 22 aprile 2014

Una stanza chiusa a chiave - Yukio Mishima (1954)

"Fusako distolse lo sguardo e rise. Kazuo le abbracciò le spalle, come sempre. E sentì che si era irrigidita. La sua resistenza lo eccitò. La baciò per la prima volta come avrebbe baciato una donna."
Yukio Mishima

TRAMA
Giovane funzionario del ministero delle finanze giapponese, Kazuo conosce Kiriko, con cui allaccia immediatamente una relazione. La donna è sposata ed ha una bambina, Fusako, di nove anni. La bimba si affeziona "al nuovo zio", tanto da spingere il ragazzo ad andarla a trovare anche quando la madre muore all'improvviso per una malattia cardiaca.
Ha così inizio un rapporto morboso tra i due, incoraggiato dalla taciturna cameriera Shigeya: da una parte la bambina insiste per vedere l'adulto, lo provoca senza probabilmente essere del tutto consapevole del suo atteggiamento verso di lui, ma limitandosi a scimmiottare la madre, e mette il broncio se per un po' Kazuo non la va a trovare; dall'altra l'uomo sente un fortissimo impulso, il desiderio di profanarla, di "lacerarla" e distruggerla, ma allo stesso tempo si trattiene, inorridito da sé stesso, o forse timoroso di venire scoperto.

RECENSIONE
Μέγα βιβλίον, μέγα ϰαϰόν (Mega biblíon, mega kakón), diceva Callimaco. Grande libro, grande male. E lui, che lavorava per la Biblioteca di Alessandria, di grandi libri se ne intendeva.
Ma anche se Una stanza chiusa a chiave è un libro molto breve (appena 83 pagine, introduzione compresa) è un concentrato di Male (con la M maiuscola) e di dolore. Come avrete capito leggendo la trama, già in superficie è evidente, per l'argomento trattato, per gli sconvolgenti sogni che turbano il sonno di Kazuo, ma anche per l'apparente accettazione o quantomeno indifferenza davanti a questo Male da parte del mondo esterno alla coppia Kazuo-Fusako.
Limitarsi a considerare Una stanza chiusa a chiave come il delirante racconto di un pedofilo significherebbe semplicemente non solo non aver capito nulla del romanzo, ma non essersi nemmeno presi la briga di leggere l'introduzione ad esso.
Occorre innanzitutto contestualizzare l'opera: il Giappone del 1954, "appena" uscito dalla guerra, con le macerie ancora fumanti e, soprattutto, l'animo delle persone ancora lacerato. Ecco, "lacerare" è la parola chiave, quella chiave che occorre per aprire la famosa stanza chiusa e sbirciare al suo interno. Mishima descrive i personaggi come alieni, persone estranee tra loro, anche i legami più forti come l'amicizia vengono "lacerati" in un attimo. Un amico di Kazuo si suicida; il ragazzo partecipa al funerale con indifferenza. E ancora: dei colleghi del funzionario, nonostante siano adulti, sono ancora vergini per scelta, perché hanno anteposto la loro riuscita professionale alla creazione non solo di una famiglia, ma addirittura anche solo di un fulmineo legame, tanto breve quanto può durare un rapporto sessuale con una prostituta.
Se si conosce anche solo per nome Mishima non ci si può stupire che "lacerare" sia la parola chiave. Appare piuttosto paradossale il fatto che, per quanto essa venga ripetuta continuamente nel libro, alla fine nella realtà nulla e nessuno venga "lacerato"; l'unico che subisce questo destino, come una beffarda legge del contrappasso, è Mishima stesso, ma non nel libro, nella realtà.
Paragonabile ad un film di Buñuel o Lynch, affermare che Una stanza chiusa a chiave sia un libro pedofilo sarebbe come dire lo stesso di Lolita. Sicuramente però rispetto al romanzo di Nabokov è molto diverso, molto più estremo, per cui mi sentirei di consigliarne la lettura solamente a stomaci forti, e soltanto dopo una minima preparazione ad esso (come ho già detto, almeno la lettura dell'introduzione di Antonio Franchini). Altrimenti si rischia innanzitutto di rimanerne violentemente disgustati (cosa che comunque potrebbe accadere; io stessa ho rischiato di dover interrompere la lettura durante alcune scene che mi hanno particolarmente turbata) e soprattutto di non coglierne il senso. È una lettura che trovo estremamente difficile, per cui prima di cominciare questo post ho comunque voluto guardare un po' cosa si diceva di questo libro sul web, e vi assicuro che la maggior parte dei commenti erano di indignazione, di assoluta incapacità di comprendere come a qualcuno possa piacere ecc. Vero è che molti commenti poi si collegavano anche a Lolita e dicevano lo stesso anche di quel romanzo, ma comunque il disgusto più forte era indubbiamente stato provocato dal libro dell'autore giapponese, non di quello americano.
Da parte mia, pur avendone colto il senso (almeno in parte) non mi trovo nemmeno tra le file di coloro che lo reputano un capolavoro assoluto. Mi ha però incuriosita a tal punto da spingermi in un futuro a leggere altre opere di Mishima.

BW

Nella nostra libreria:
Yukio Mishima
Una stanza chiusa a chiave (鍵のかかる部屋 - Kagi no kakura heya)
ed. Oscar Mondadori
83 pag.
traduzione di Lydia Origlia

   

mercoledì 9 aprile 2014

Battle Royale - Koushun Takami (1999)

"Lasciate che vi spieghi la situazione. La ragione per cui voi tutti oggi siete qui è [...] per ammazzarvi a vicenda"
Kinpatsu Sakamochi

TRAMA
Nello stato totalitario della Repubblica della Grande Asia dell'Est, la classe terza B della scuola media dell'istituto Shiroiwa, quarantadue tra ragazzi e ragazze più il prof. Masao Hayashida, si trova su un autobus, destinazione: la gita di classe sull'isola di Kyusyu. O almeno così tutti credono, finché non accade qualcosa di strano: pian piano tutti sull'autobus si addormentano. Al risveglio, un'amara sorpresa. I ventuno ragazzi e le ventuno ragazze fanno parte di una delle cinquanta classi di terza media che ogni anno vengono estratte per partecipare alla Battle Royale, un'"Esperimento di Battaglia" che impone ad ognuno degli alunni delle classi selezionate di sterminarsi a vicenda, finché non rimangono solamente cinquanta sopravvissuti, uno per ogni classe.
Come se non bastasse, la terza B fa un'altra macabra scoperta: il prof. Hayashida, che aveva provato ad opporsi, è stato ucciso senza alcuno scrupolo. Due ragazzi provano allora a protestare: immediatamente vengono messi a tacere dai soldati. Per sempre.
40 studenti rimasti.

RECENSIONE
Sì, lo so, ho probabilmente scoperto l'acqua calda. Sì, lo sapevo già che la saga degli Hunger Games da qualche parte doveva aver preso ispirazione. Ma non credevo che potesse esistere un romanzo così tanto simile come idea di base da rasentare il plagio (ciò non toglie che si tratti di una bellissima trilogia, sia ben chiaro!).
In realtà ci sono svariate differenze tra questo romanzo e i tre della Collins, a partire dai protagonisti: se nella saga infatti abbiamo Katniss Everdeen che è protagonista e narratrice stessa della storia, in Battle Royale ogni capitolo può variare il o i ragazzi su cui è incentrato, e molti studenti acquistano con l'evolversi del racconto uguale importanza tra loro.
Se da una parte ricorda appunto la trilogia dell'autrice americana, dall'altra questo romanzo non può non far pensare ad un altro grande classico incentrato su una società di ragazzi di cui abbiamo già parlato: Il Signore delle Mosche. Ragazzini su un'isola, sopravvivenza, formazione di gruppi, strategia... sono tutte parole chiave che accomunano i due libri, pur avendo allo stesso tempo profonde differenze di fondo, a partire dalla trama.
Però adesso basta paragonare Battle Royale ad altre opere letterarie, altrimenti rischierei solamente di sminuirlo. Credo che sia infatti uno dei romanzi più belli ed avvincenti che abbia letto ultimamente, le sue quasi settecento pagine mi sono sembrate appena settanta, e la cosa che più di tutte mi è dispiaciuta è l'aver scoperto che purtroppo, almeno ad oggi, l'autore non ha scritto altri libri. Il suo stile è pazzesco (scusate, ma non mi viene una definizione migliore). Pazzesco per quanto è pulita e lineare la struttura narrativa, come un affilato rasoio. Pazzesco per la freddezza con cui vengono descritte scene splatter degne di Lucio Fulci o Sam Raimi. Pazzesco per la veridicità, per quanto surreale, delle scene, dei meccanismi sociali e psicologici. Pazzesco infine per la sua capacità di far immergere il lettore nella storia, come se davvero fosse lì presente, insieme alla terza B. Ad un certo punto sull'isola dove si trovano comincia a piovere, una pioggerellina sottile che sembra quasi nebbia. Ebbene, vi assicuro che mi sembrava si sentire lo scroscio dell'acqua, il tamburellare delle gocce sulle foglie degli alberi, la pioggia nebulizzata sul viso.
Una cosa invece che non sono riuscita a focalizzare bene (ma è decisamente un limite mio, e non una colpa di Takami) sono i ragazzi, nel senso che, pur essendo descritti in maniera piuttosto precisa, non riuscivo ad immaginarmi i loro volti, le loro diverse corporature. Unica eccezione: una ragazza di nome Mitsuko Souma (femmina numero 11). Avete presente Kill Bill, il film in due volumi di Quentin Tarantino? Sì? Vi ricordate di Gogo Yubari, la guardia del corpo personale di O-Ren Ishii? Ecco, io me la immaginavo esattamente uguale. Il bello è che poi ho scoperto che l'attrice che interpretava Gogo ha recitato anche nel film Battle Royale, tratto proprio da questo romanzo, ma interpretando un'altra ragazza! Che beffa...
Voglio concludere commentando un elemento narrativo che si è rivelato un'arma a doppio taglio. Come avete potuto vedere da come ho concluso la trama, al termine di ogni capitolo viene indicato il numero di studenti rimasti. Anche in questo caso la mia immersione nella lettura era talmente profonda da sentire quasi un gong, o un rintocco, nel momento in cui leggevo quest'ultima riga. Ma purtroppo, per quanto fosse d'effetto, diverse volte, mentre giravo la pagina, mi cadeva l'occhio proprio su quel numero: un clamoroso caso di auto-spoiler.
Scusate se mi sono dilungata così tanto, ma ci tenevo moltissimo a spiegare almeno una piccola parte dei motivi per cui ritengo che Battle Royale sia un romanzo assolutamente da non perdere; spero che almeno uno di essi vi abbia incuriositi sufficientemente da spingervi a leggerlo. Sono sicura che non ve ne pentirete.


BW

Nella nostra libreria:
Koushun Takami
Battle Royale (バトル・ロワイアル - Batoru Rowaiaru)
ed. Piccola Biblioteca Oscar Mondadori
663 pag.
traduzione di Tito Faraci

mercoledì 26 marzo 2014

Strane avventure di Sherlock Holmes in Giappone - Dale Furutani (2011)

"La prego, dica al commissario Suzuki che il diversivo di un caso bizzarro mi è sempre gradito. Inoltre a volte un reato minore, specie se insolito, può rivelarsi più importante di quanto sembri."
Sigerson-san al Dott. Watanabe

TRAMA
Junichi Watanabe è un medico giapponese specializzato in medicina olandese (o medicina occidentale), che ha studiato in gioventù per più di due anni a Londra, dove ha imparato a conoscere ed apprezzare la cultura occidentale, in particolar modo quella inglese.
Una volta tornato in patria è diventato medico condotto, e viste le sue conoscenze linguistiche e culturali diventare medico della cittadina di Karuizawa, dove numerosissimi gaijin, ovvero stranieri, soggiornano o risiedono, è stata la scelta più elementare.
Un giorno riceve in visita il colonnello inglese Ashworth, che gli chiede il favore di ospitare in casa sua un misterioso esploratore norvegese, tale Sigerson, che deve essere protetto da misteriosi, potenti nemici che lo vogliono uccidere, ed è addirittura il ministero degli esteri di Sua Maestà che ritiene necessaria la sua protezione.
Inizialmente scettico e titubante, Watanabe accetta con riluttanza di incontrare il gaijin prima di negargli la propria ospitalità; ma non appena fa la sua conoscenza capisce che l'uomo (che pare stranamente molto più inglese che norvegese) è dotato di un'intelligenza brillante e di una fortissima curiosità, caratteristiche che gli permettono, nonostante non conosca affatto la cultura del paese in cui si trova, di avere delle deduzioni che lo portano a conclusioni assolutamente geniali.
I due diventano così coinquilini, e grazie alla intermediazione linguistica da parte di Watanabe Sigerson-san riesce a risolvere casi più o meno gravi che colpiscono la piccola cittadina nipponica.

RECENSIONE
Iniziamo con una breve parentesi, perché quando qualcuno è bravo trovo sia assolutamente doveroso riconoscerne i meriti. A maggior ragione se quel qualcuno sono tanti "qualcuno". Strane avventure di Sherlock Holmes in Giappone infatti è stato tradotto come attività di stage dagli allievi della Scuola di specializzazione in traduzione editoriale di Torino, ma sono stati così bravi da realizzare una traduzione assolutamente omogenea, tanto che nessuno, se non si prendesse la briga di guardare all'inizio del libro, capirebbe che è ad opera di ben 19 persone (più la curatrice).
Chiusa questa parentesi, il secondo plauso va fatto al signor Furutani, che staccatosi dal suo personaggio più famoso Kaze Matsuyama (si può notare una citazione nel racconto Il caso del maneki neko) è riuscito comunque ad escogitare una trovata simpatica e fantasiosa per portare un personaggio famoso come Sherlock Holmes in Giappone.
Chiunque abbia letto anche solo un racconto sull'investigatore di Baker Street non può che sorridere di fronte ad alcuni particolari: ad esempio, se in Inghilterra è il Dott. Watson ad essere il narratore delle imprese dell'amico, in Giappone lo è il suo collega e quasi omonimo Dott. Watanabe; l'espediente stesso escogitato per giustificare la presenza dell'inglese nel Paese del Sol Levante; infine, lo stesso, identico humour che caratterizzava l'Holmes di Conan Doyle.
Al di là dei personaggi, anche la trama è molto ben costruita, sia quella dei singoli casi, sia quella che li unisce e forma l'intero libro. Lo stile poi è quello tipico di Furutani, e se avete letto i precedenti romanzi che formano la Trilogia del Samurai sapete già di cosa parlo. Se invece siete neofiti dell'autore americano di origini giapponesi, non posso comunque fare a meno di consigliarvi vivamente di leggere Strane avventure di Sherlock Holmes in Giappone, poiché si tratta di un'opera assolutamente deliziosa, oltre che spassosa ed appassionante.

BW

Nella nostra libreria:
Dale Furutani
Strane avventure di Sherlock Holmes in Giappone (The Curious Adventures of Sherlock Holmes in Japan)
ed. Marcos Y Marcos
252 pag.
traduzione di Flora Arone, Alessia Borin, Paolo Cocco, Chiara De Bernardi, Simona Depaoli, Serena Fabris, Marta Formagnana, Ilaria Gentile, Chiara Longo, Sofia Mangano, Manuela Mastroianni, Sara Monsurrò, Roberta Sapino, Agnese Scarpa, Mariangela Scrimaglio, Elisabetta Spediacci e Angela Tursi
a cura di Paola Mazzarelli

 

venerdì 14 marzo 2014

N.P. - Banana Yoshimoto (1991)

"Traducendo un'opera di qualcuno che ha una forte influenza, si è coinvolti mille volte di più che leggendola soltanto."
La mamma di Kazami

TRAMA
Kanō Kazami è una ragazza che lavora presso il dipartimento di letteratura angloamericana dell'università. La conoscenza dell'inglese le è stata trasmessa dalla madre, traduttrice, ed in seguito dalla sua relazione, quand'era adolescente, con Shōji, un uomo molto più grande di lei. Shōji le aveva fatto conoscere, tra le altre cose, N.P., un romanzo scritto in inglese da Sarao Takase, un autore giapponese emigrato in America, morto suicida diversi anni prima. N.P. era in realtà una raccolta di racconti, 97 per la precisione, che mai era stata tradotta in giapponese; e proprio il ragazzo di Kazami si stava occupando di essa, ma non solo: oltre ai 97 racconti aveva iniziato a tradurre anche il numero 98, inedito.
Non era stato in realtà il primo a tentare quest'opera, ma le due persone prima di lui che si erano cimentate in questa impresa erano entrambe morte suicide. E lo stesso aveva fatto Shōji.
Kazami ha proseguito, nonostante il trauma, a vivere la sua vita, ma vuole comunque tentare di portare a termine l'opera del fidanzato. E, quasi improvvisamente, conosce Otohiko, il figlio di Takase, e Saki, sua sorella gemella, con cui stringe immediatamente una forte amicizia. In seguito incontra anche Sui, la ragazza di Otohiko, nonché protagonista di N.P., che le rivela di essere in possesso del racconto 99. Ne manca ormai solo uno per terminare il gioco dei Centoracconti: e sarà quello che vivranno i quattro ragazzi durante quell'estate in prima persona, sulla propria pelle; e che Banana Yoshimoto ha scritto per noi.

RECENSIONE
Mi dispiace, perché non si può proprio dire che Banana Yoshimoto scriva male, anzi, forse complice una traduzione ben eseguita, il suo stile è sempre pulito e lineare. Però, come avevo anticipato nella recensione di Tsugumi, sono un po' stufa della stessa minestra: sarà sicuramente un mio limite, ma dopo l'ennesimo libro basato sul binomio amore-morte condito con qualche altro elemento qua e là (in questo caso: goffi tentativi di approcci saffici e rapporti incestuosi) potrei quasi indovinare la trama degli altri scritti dall'autrice ma non ancora letti.
Anche le protagoniste, come Kazami, sembrano fatte con lo stampino, indistinguibili l'una dalle altre, e nulla ci viene dato di abbastanza stimolante da vedere in loro una persona vera, o comunque un personaggio al quale affezionarci, o al contrario da odiare... nulla, l'apatia più assoluta, al massimo un po' di fastidio per la loro assoluta inverosimiglianza.
Non voglio essere cattiva, perché comunque trovo che occorra rispettare il lavoro altrui. Sicuramente non tutti la pensano come me, anzi, Banana Yoshimoto è amata ed apprezzata da moltissime persone in tutto il mondo.
Di fatto però io sono rimasta delusa per i motivi che ho già spiegato, e ribadisco che trovo che sia un peccato, dal momento in cui avrebbe le potenzialità per scrivere bene trattando anche altre tematiche.
Con la scrittrice giapponese, almeno per il momento, io mi fermo qui. Naturalmente sarei ben felice di ricevere consigli e pareri da parte di quanti di voi avessero letto altri romanzi successivi a N.P.; e chissà che non mi facciate cambiare idea.

BW

Nella nostra libreria:
Banana Yoshimoto
N.P. (N ‧ P)
ed. Universale Economica Feltrinelli
165 pag.
traduzione di Giorgio Amitrano

lunedì 24 febbraio 2014

A morte lo shogun - Dale Furutani (2000)

ATTENZIONE!!! Il libro di cui stiamo per parlare è il terzo della Trilogia del Samurai. Se non avete letto il precedente, intitolato Vendetta al palazzo di giada, vi sconsigliamo di proseguire con la lettura del post.

 
"Io sono la spada dell'integrità, la lama della giustizia."
Matzuyama Kaze

TRAMA
Matzuyama Kaze ha finalmente raggiunto Edo, l'antica Tokyo, seguendo le tracce della bambina che deve salvare. La sua missione sembrerebbe finalmente giunta quasi al termine, se non fosse che, per l'ennesima volta, il destino decide di mettergli i bastoni tra le ruote.
Mentre il ronin infatti si aggira per le strade della nuova capitale alla ricerca del bordello che potrebbe (ahimé!) ospitare la ragazzina, in città si trova nientepopodimenoche lo Ieyasu, lo shogun in persona; e mentre egli sta sfilando per le strade, circondato dalle sue guardie e dai suoi vassalli, viene sparato un colpo di moschetto, e solo per un pelo non viene colpito lui, ma un daimyo.
Dell'accaduto viene immediatamente incolpato Kaze, e per tutta la città si scatenza una caccia all'uomo, stimolata anche dall'enorme ricompensa promessa sia a chi possa dare informazioni utili alla sua cattura, sia a chi dovesse ucciderlo.
Ma abbiamo già imparato a conoscere l'abile e furbo samurai: riuscirà a cavarsela anche stavolta e a terminare finalmente la sua missione?

RECENSIONE
Bravo Furutani! Devo proprio trovare un difetto a questo romanzo e alla tua "Trilogia del mistero del samurai"? Ebbene, eccolo: sono finiti!
Scherzi a parte, anche in questo romanzo l'autore conferma la sua straordinaria capacità di narrare le vicende in maniera semplice e lineare, ed allo stesso tempo di istruirci su usi e costumi e su fatti di storia del Giappone del 1603. Ma non si limita a questo: con la storia ci gioca proprio, tanto da arrivare ad attribuire la paternità del teatro kabuki, il teatro giapponese (nato davvero nel 1603!) che tolse il monopolio al più antico e tradizionale teatro noh.
Ho già ampiamente decantato le lodi di Furutani e del suo stile che amo molto, per cui mi sembra superfluo farlo nuovamente (basta leggere i miei post su Agguato all'incrocio e Vendetta al palazzo di giada per saperne di più). Voglio lasciarvi però con una promessa: a breve ho tutte le intenzioni di acquistare e leggere un altro libro dell'autore americano, intitolato Strane avventure di Sherlock Holmes in Giappone. E state tranquilli che non mancherò di farvi sapere se, anche con questo, Furutani ha fatto centro!

BW

Nella nostra libreria:
Dale Furutani
A morte lo shogun (Kill the shogun)
ed. Marcos y Marcos
264 pag.
traduzione di Michele Foschini

  

lunedì 3 febbraio 2014

Tsugumi - Banana Yoshimoto (1989)

"Se sei così cattiva e non hai niente di meglio da fare, puoi anche morire subito!"
Maria a Tsugumi

TRAMA
Maria Shirakawa fin da bambina vive in una situazione famigliare un po' particolare: sua madre infatti non è la moglie ufficiale del padre, bensì l'amante, e così la famiglia vive separata e si vede solo durante i fine settimana, in attesa che l'uomo ottenga il divorzio.
Mentre il papà vive a Tōkiō, lei e la mamma vivono in un villaggio della penisola di Izu, situato sul mare ma con la montagna proprio alle sue spalle. E infatti la maggior parte del paese vive di turismo; non fa eccezione la pensione Yamamoto, gestita dalla zia Masako e dalla sua famiglia, e dove la stessa Maria e la mamma soggiornano e contribuiscono.
E così Maria cresce insieme a Yōko, la cugina più grande di un anno, e Tsugumi, che di anni invece ne ha uno in meno. Le due sorelle non potrebbero essere più diverse: mentre Yōko è gentile, sorridente, buona e piena di energia, Tsugumi, a causa di una malattia molto debilitante che più volte ha minacciato di essere fatale, è cresciuta viziata, cattiva e piena di rabbia verso il mondo.
Ma in seguito all'ennesimo episodio di maleducazione Maria sbotta e fa qualcosa che nessuno aveva mai fatto prima: sgrida la cugina, e le dice chiaro e tondo quello che pensa. Questo evento inaspettato, paradossalmente, anziché dividere per sempre le vite delle due bambine al contrario crea un forte, fortissimo legame tra loro, tanto che Maria diventa l'unica in grado di capire la prepotente cuginetta.
Passano gli anni, Maria e la mamma sono andate a vivere finalmente nella capitale insieme al papà, ma d'estate la ragazza, che nel frattempo è cresciuta e ha compiuto diciannove anni, torna comunque sempre dagli zii. Ed è proprio durante questa estate, l'ultima prima che la pensione Yamamoto non esista più, che si svolge la storia. Maria, Yōko e Tsugumi conosceranno Kyōichi, un ragazzo che invece si è trasferito da poco nel villaggio, e vivranno diverse vicende che segneranno per sempre la loro vita.

RECENSIONE
Tsugumi non è nato come libro, ma è uscito a puntate su Marie Claire Japan, e solo successivamente è stato pubblicato in un volume unico. Un po' si vede: i capitoli infatti sono fatti in modo da concludersi spesso con un qualcosa che ti spinge ad iniziare quello successivo, e vagamente mi ha ricordato la struttura di una soap che segue abitualmente mia mamma, Tempesta d'amore, in cui 90% della puntata è fatto di riassunti della puntata precedente, e negli ultimi cinque minuti un personaggio dice o fa qualcosa di eclatante, poi parte la sigla. Certo, Tsugumi non ha clamorosi colpi di scena, ma comunque nel suo piccolo adotta questa tecnica; non che sia sbagliato farlo, in fondo nel complesso funziona!
La nota negativa della storia per me è infatti un'altra: pur con uno stile piacevole, la Yoshimoto per l'ennesima volta ci ripropone Eros e Thanatos, amore e morte, e personalmente comincio a sentirmi un po' inappetente davanti all'ennesimo piatto della stessa minestra. Certo, il nome sul menu è diverso, e anche la decorazione della stoviglia; ma la zuppa rimane sempre e comunque la stessa.
Non mi spiego infatti come Tsugumi possa essere, citando la IV di copertina, "il più grande successo di Banana Yoshimoto". Ripeto, non è un brutto romanzo, è carino, ma rimane comunque la versione in villeggiatura di Kitchen e di Sonno Profondo.
Vabbé, in fondo i gusti non si discutono. Nella nostra libreria c'è già un altro romanzo dell'autrice, preso tempo fa ma non ancora letto perché, come ho già detto, cerco di leggere i romanzi di uno scrittore nell'ordine in cui li ha pubblicati per vederne l'evoluzione, anche se non sempre ci riesco. Lo leggerò sicuramente, sperando che la scrittrice giapponese mi stupisca con una rivoluzione tematica; in caso contrario, temo proprio che sarà l'ultimo suo che leggerò.

BW

Nella nostra libreria:
Banana Yoshimoto
Tsugumi (Tugumi - つぐみ)
ed. Universale Economica Feltrinelli
158 pag.
traduzione di Alessandro Giovanni Gerevini

  

lunedì 27 gennaio 2014

Vendetta al palazzo di giada - Dale Furutani (1999)

ATTENZIONE!!! Il libro di cui stiamo per parlare è il secondo della Trilogia del Samurai. Se non avete letto il precedente, intitolato Agguato all'incrocio, vi sconsigliamo di proseguire con la lettura del post.



"Grazie per avermi permesso di usare la tua spada, Ishibashi-san [...] Mi dispiace di averla impiegata per uccidere qualcuno, ma non ho potuto farne a meno."
Matsuyama Kaze

TRAMA
Alla fine di Agguato all'incrocio, Matsuyama Kaze aveva ricevuto in regalo del cibo da un ragazzo a cui aveva ceduto il proprio letto, come segno di gratitudine; e solamente quando il giovane era già partito il samurai si era accorto che il cibo era avvolto in un pezzo di stoffa ricavato da un kimono con sopra lo stemma del suo signore, ovvero tre fiori di susino.
Kaze è ora, quindi, sulle tracce del trio composto dal ragazzo stesso, dalla sua autorevole Nonna e dal loro servitore. I tre, che fanno parte della famiglia Noguchi, debbono compiere una vendetta autorizzata, anche se il ronin non sa nè quale sia il motivo nè contro chi essa debba essere compiuta.
Si ritrova così sulla Tokaido, la lunga e importante strada che congiunge Kyoto con Edo, un po' grazie al lavoro d'indagine effettuato nei villaggi ed un po' seguendo il fato, sperando di raggiungere il terzetto per poter chiedere loro informazioni, nel tentativo di ottenere qualche elemento che lo porti a trovare la figlia del suo signore. Ma proprio perchè così importante e trafficata la Tokaido è anche una strada molto pericolosa.
Il samurai infatti si imbatte in un mercante circondato da numerosi banditi, che dopo aver ucciso le sue guardie del corpo stanno cercando di fare altrettanto con l'uomo; il bushido impone a Kaze di difendere il viandante in difficoltà, e vista la minaccia che i complici dei briganti lo attacchino nuovamente decide di aiutarlo a trasportare fino a una destinazione sicura il pesante forziere pieno d'oro che si trova sul suo carretto.
Stando a ciò che dice Hishigawa, il mercante, quest'oro è il secondo bene più prezioso che egli possiede: il primo è senza ombra di dubbio Yuchan, la sua bellissima moglie, che egli ama alla follia.
Qualcosa non torna, però, e Matsuyama capisce che Hishigawa nasconde qualcosa, e che in qualche modo è collegato al trio che lui sta cercando; così, per la seconda volta, tralascia momentaneamente la ricerca della bambina per imbattersi in una pericolosa avventura.

RECENSIONE
Vorrei paragonare la Trilogia del Samurai ad un pasto: in Agguato all'incrocio Furutani ci ha servito un ottimo primo piatto, che ha solleticato il nostro palato deliziandoci e facendoci desiderare di proseguire il banchetto luculliano.
Vendetta al palazzo di giada è invece la seconda portata, che per sua natura dev'essere più corposa, robusta e sostanziosa della prima. In questo libro infatti ritroviamo sì lo stesso stile del precedente, molto accattivante, pieno di azione ma anche di momenti di profonda riflessione e introspezione, ma con meno episodi umoristici. Il cuoco è sempre lo stesso, ma ha tralasciato le stuzzicherie che servivano a farci venire l'appetito per concentrarsi più sulla sostanza, saziando la nostra fame di avventura.
Attenzione però, ciò non significa affatto che Vendetta al palazzo di giada sia meno bello, si è solo adattato alla sua posizione nella storia globale di Matsuyama Kaze. Ed anche in questo sta l'abilità dell'autore: quasi sicuramente sin dall'inizio aveva ben in mente l'idea della trilogia, e con maestria ha saputo svilupparne i singoli episodi. L'unico appunto che si potrebbe fare a Furutani, se proprio si vuole cercare il pelo nell'uovo, sta nel finale, a mio avviso un filo forzato. Ma assolutamente nulla di irreparabile, semplicemente si tratta di un piccolo stratagemma per collegare questo al romanzo successivo.
Ora non ci resta che aspettare che arrivi il dessert, fiduciosi che sia ghiotto ed all'altezza dell'intera cena.

BW

Nella nostra libreria: 
Dale Furutani
Vendetta al palazzo di giada (Jade Palace Vendetta)
ed. Marcos y Marcos
283 pag.
traduzione di Valentina Riolo