BW&BF

Visualizzazione post con etichetta Milano. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Milano. Mostra tutti i post

venerdì 11 luglio 2014

Milano calibro 9 - Giorgio Scerbanenco (1969)

"Vi sono dei casi in cui la giustizia non basta, e occorre la vendetta."
Aureliano Arazzi (da 'Preludio per un massacro estivo')

RECENSIONE
Ventidue storie nere come il sangue raggrumato, una più feroce e crudele dell'altra, compongono Milano calibro 9, eccezionale antologia del padre del noir italiano, Giorgio Scerbanenco.
Sono gli anni sessanta, un periodo molto particolare durante i quali si stava vivendo un profondo cambiamento e l'Italia stava attraversando quella fase in cui sarebbe passata dall'essere un paese prevalentemente agricolo e contadino a diventare una potenza industriale. Le campagne così si spopolarono sempre più e moltissima gente si riversò nelle grandi metropoli del nord, attratte dal "miracolo italiano", con il miraggio di dare una svolta alla propria vita. 
Città-simbolo di questa trasformazione fu senza dubbio Milano, che accolse nelle sue fabbriche tantissimi lavoratori provenienti da tutto il paese, ma che inevitabilmente attirò anche l'interesse della criminalità organizzata, attratta dal grande giro di affari che gravitava intorno al capoluogo lombardo.
Ed è in questo modo che Scerbanenco, con la sua tipica scrittura dura come l'acciaio e terribilmente essenziale, diede vita a questi racconti che trasudano violenza, disperazione, miseria e morte: semplicemente osservando la realtà che vedeva intorno a sè ogni giorno.
Scerbanenco è spietato, le sue storie sono affreschi di una società allo sbando, individui irrecuperabili, persone irrimediabilmente corrotte... Eppure sa anche cogliere con una grazia inaspettata piccoli momenti (e forse qui emerge il suo passato di autore di romanzetti rosa) di tenerezza e di amore, dove si intravede quasi una fiammella di speranza. Fiammella che però viene spenta quasi subito dall'avidità e dalla cattiveria degli uomini. È difficilissimo infatti, nei libri di Scerbanenco, che qualcuno riesca a redimersi del tutto: chi nasce criminale spesso muore anche come tale. 
Ed abbiamo così gente torturata, percossa fino alla morte, persone bruciate vive, sepolte vive, fatte a pezzi; un autentico campionario di piccoli e grandi orrori descritti con un cinismo raggelante che magari ad un lettore dei giorni nostri avvezzo a certe letture non impressiona più di tanto, ma bisogna sempre tenere presente che questa è tutta roba che venne scritta e pubblicata all'epoca in cui Iva Zanicchi cantava "Prendi questa mano, zingara" e forse l'impatto sul pubblico di allora fu un tantino diverso.
A mio parere non c'è un episodio veramente brutto in questa straordinaria raccolta, si tratta infatti di ventidue gemme grezze noir tra le quali spiccano sicuramente In pineta si uccide meglio, Bravi ragazzi bang bang, Piccolo Hôtel per sadici, Vietato essere felici, Non si vive di solo poker, A Porta Venezia con paura, Milano Centrale ammazzare subito e La vendetta è il miglior perdono, ma anche gli altri non sono assolutamente da meno. Da segnalare inoltre che dai racconti di Milano calibro 9 sono state tratte diverse pellicole, tra le quali le più note sono sicuramente l'omonimo film (splendido) di Fernando Di Leo e Spara che ti passa (pessimo) di Carlos Saura, con Antonio Banderas e Francesca Neri.
Fate una prova: aprite questo libro in un punto a caso e mettetevi a leggere. Vedrete che verrete risucchiati senza quasi rendervene conto in queste storie brutte, sporche e cattive, come si diceva ai tempi di Scerbanenco.

BF

Nella nostra libreria:
Giorgio Scerbanenco
Milano calibro 9
ed. Garzanti
354 pag.

 

giovedì 15 maggio 2014

I milanesi ammazzano al sabato - Giorgio Scerbanenco (1969)

"Sei capitato in brutte mani: le mie."
Duca Lamberti

TRAMA
Amanzio Berzaghi è un anziano ex camionista di lunghe tratte costretto a lavorare in un ufficio in seguito ad un grave incidente capitatogli qualche anno prima. Vedovo, la sua unica ragione di vita è rimasta ormai quella di prendersi cura della figlia Donatella, ventotto anni, alla quale è legatissimo. 
Donatella però è una ragazza che purtroppo necessita di continua assistenza: minorata mentale, il suo sviluppo è rimasto quello di una bambina (gioca con le bambole e ascolta canzoncine infantili), mentre nel fisico è cresciuta a dismisura, tanto da sfiorare i due metri di altezza ed il quintale di peso. Nonostante tutto la giovane donna risulta estremamente proporzionata e dotata di un aspetto assai gradevole, il che contribuisce ad attirare su di sè gli sguardi interessati degli uomini, fortemente attratti dalla giunonica bellezza di questa "gigantessa", come viene spesso chiamata. Tutto ciò costituisce un ulteriore problema per Amanzio, perchè la figlia soffre anche di ninfomania, una malattia che la spinge compulsivamente  a fare sesso con chiunque le capiti, ragion per cui il povero padre si vede costretto a chiuderla in casa mentre lui è al lavoro. Lavorando vicino a casa, Amanzio riesce in pochi minuti a raggiungere l'abitazione un paio di volte al giorno, solo per controllare che Donatella stia bene per poi correre di nuovo in ufficio. Un giorno però, durante la consueta visita, trova la casa perfettamente in ordine, ma vuota. L'adorata figlia è sparita senza lasciare traccia e così il padre, in preda all'angoscia, si rivolge alla polizia temendo che Donatella possa essere stata rapita a causa dell'aspetto fisico e dei suoi disturbi mentali, che ne possono fare una preda molto ambita da chi gestisce il giro della prostituzione. Duca Lamberti viene incaricato di occuparsi di questo caso che preannuncia di condurre a sviluppi davvero terribili ed inquietanti.

RECENSIONE
Ultimo capitolo del ciclo del medico-poliziotto Duca Lamberti, saga interrotta prematuramente dalla scomparsa dell'autore, I milanesi ammazzano al sabato è un noir duro, metropolitano, destinato ad ispirare buona parte del filone "poliziottesco" che imperverserà in tutte le sale cinematografiche italiane per tutti gli anni settanta, e che recentemente è stato ampiamente rivalutato da registi quali Quentin Tarantino e Robert Rodriguez.
Le tematiche care a Scerbanenco (il pacifico cittadino che si ribella ai soprusi della criminalità, la polizia spesso impotente) vengono qui portate all'estremo, tanto che per tutta la durata del libro si respira un'atmosfera carica di tensione, di disperazione e di rabbia trattenuta a stento e che rischia di esplodere da un momento all'altro. Assistiamo così al dramma di un padre che ci viene descritto in modo fantastico, un personaggio di un'umanità commovente e che, pur essendo stato colpito da una serie interminabile di disgrazie, rifiuta di piangersi addosso e di lasciarsi andare, impiegando invece tutte le proprie forze alla ricerca della sua "bambina". Il signor Berzaghi è il simbolo di una generazione che per non far mancare nulla ai propri cari si è spaccata la schiena di lavoro, senza tuttavia lamentarsi neppure per un secondo. 
Scerbanenco confeziona una storia da brividi, non risparmiando al lettore neppure i dettagli più sgradevoli e disturbanti e raccontando la vicenda col suo solito stile crudo, intransigente e molto diretto. Ed è così che, ad esempio, narra la triste storia di una prostituta di origine angolana coinvolta nelle indagini. Lo fa senza pietismi e falsi moralismi, chiamandola "negra" (suonerà male, ma nel 1969 in Italia era normale e non necessariamente offensivo definire così le persone di colore) e non lesinando particolari poco piacevoli, ma rivestendola di una dignità incredibile che ne fa uno dei personaggi più vivi di tutto il romanzo; ad ulteriore dimostrazione che il rispetto verso la gente si dimostra con gesti concreti, e non attraverso sciocchi termini politically correct che spesso servono solo a lavare la coscienza di chi li pronuncia.
Duca Lamberti infine, è una tipologia di poliziotto parecchio atipica. Persona dotata di grande sensibilità e quantomai altruista, caratteristiche acquisite grazie alla sua precedente professione, è altresì uno che non le manda a dire e che sa essere anche molto spietato con chi se lo merita. Poi peró casomai è anche capace di rivolgersi ad un malvivente per chiedergli di aiutarlo nelle indagini dicendogli: "Per favore, sono solo un poliziotto scemo... dammi una mano!", riuscendo a risvegliare il lato umano in individui marci fino al midollo.
I milanesi ammazzano al sabato, titolo magnifico e che trova la spiegazione nel tragico finale resta, a mio parere, uno dei romanzi migliori di Scerbanenco e che, rispetto ad altri suoi lavori, risulta anche più maturo e meglio strutturato.
Nel complesso, da grande appassionato del genere, mi sento di rivolgere un immenso ringraziamento a quest'uomo che, giunto in Italia da bambino dalla gelida Kiev, riuscì a creare una credibilissima alternativa tutta italiana ad un filone narrativo che, fino a quel momento, era considerato territorio privato degli scrittori anglosassoni.

BF

Nella nostra libreria:
Giorgio Scerbanenco
I milanesi ammazzano al sabato
ed. Garzanti
181 pag.





giovedì 17 aprile 2014

I ragazzi del massacro - Giorgio Scerbanenco (1968)

"I figli non raccontano mai niente al padre o alla madre, solo agli amici, al primo che incontrano al bar, ma al padre e alla madre, no."
Antonio dell'Angeletto, padre di Federico

TRAMA
La signorina Matilde Crescenzaghi, maestrina ventiduenne "insegnante di varie materie e anche buona educazione" presso la scuola serale Andrea e Maria Fustagni viene orribilmente seviziata, violentata e percossa a morte dalla propria stessa scolaresca, all'interno dell'aula A, in una cupa e nebbiosa serata dell'inverno milanese.
Gli autori del massacro sono undici giovani, dai tredici ai vent'anni, tutti provenienti da famiglie disastrate e loro stessi drogati, alcolizzati o con alle spalle numerosi soggiorni al riformatorio, per diversi reati.
Duca Lamberti, ormai sbirro a tutti gli effetti, indaga su di un caso che appare già chiuso. I ragazzi infatti, che sono già stati tutti arrestati e sottoposti ad interrogatori pressanti, si professano tutti innocenti barricandosi dietro ad una muraglia di: "Non lo so", "Non ricordo" e "Non ho visto" e preferiscono affrontare le inevitabili conseguenze piuttosto che fare la spia. Per il commissario Càrrua il caso è già risolto, sono stati tutti e undici, sotto l'effetto di un potente liquore la cui bottiglia vuota è stata ritrovata all'interno dell'aula A, a compiere quel barbaro ed agghiacciante delitto, ed in fondo va bene così... con tutto quello che deve fare la polizia, non c'è tempo di approfondire episodi così palesi...
Ma Duca non è del tutto persuaso che i fatti si siano svolti esattamente in questo modo, per lui è evidente che non tutti i ragazzi abbiano detto la verità, ma per quale motivo? Forse per proteggere qualcuno... già, ma chi?

RECENSIONE
Crudo, sgradevole e nero, nerissimo.
Tutto questo è I ragazzi del massacro, romanzo duro fino quasi ad essere disturbante, ma solo nelle tematiche trattate. Infatti com'è sua abitudine, Scerbanenco descrive solamente ciò che avviene, senza compiacersi con gratuiti dettagli volgari o di cattivo gusto. Le cose non vengono mai dette in modo esplicito, ma si percepiscono in ugual modo, e forse questo mette ancora più a disagio.
Una storia di gioventù bruciata nella Milano degli anni sessanta, la città simbolo del boom economico di quegli anni, ma che lo scrittore italo-ucraino come al solito ci mostra senza nessuna pietà nei suoi aspetti più bestiali e meno conosciuti.
Scerbanenco non è politicamente corretto, e non gli interessa neppure esserlo, sempre ammesso che questo abusato termine allora significasse qualcosa, pertanto è stato più volte accusato, nemmeno troppo velatamente, di omofobia e di fascismo.
Accuse che posso anche capire, dal momento che non tutti la pensiamo allo stesso modo, ma che assolutamente non condivido. Infatti ritengo che Scerbanenco si limitasse semplicemente a descrivere e raccontare ciò che era la realtà che lo circondava, e Milano e l'Italia intera in quegli anni, non erano certo i luoghi più sereni e distesi del mondo, basti pensare agli ormai imminenti "anni di piombo". Scerbanenco è stato solo in grado, molto prima degli altri, di cogliere queste vibrazioni negative e di trasporle su carta.
La stessa idea che sta alla base del romanzo in questione, ovvero la logica "del branco", troverà purtroppo ampio riscontro in molti avvenimenti di cronaca nera che sconvolgeranno il nostro Paese, negli anni a venire. Donne torturate, picchiate, stuprate, uccise... tutte cose che, si capisce da come ne parla, schifavano profondamente Scerbanenco, e lo si intuisce dal suo modo di narrare queste storie, con una rabbia trattenuta a stento dietro al suo stile forbito e signorile: un vero fuoco che brucia sotto la cenere.
Insomma potrà piacere oppure no, ma dopo aver letto I ragazzi del massacro sono più che mai convinto che Giorgio Scerbanenco prima ancora che un grande scrittore, fosse soprattutto un grande uomo. E a me basta e avanza.

BF

Nella nostra libreria:
Giorgio Scerbanenco
I ragazzi del massacro
ed. Garzanti
231 pag.


 










giovedì 27 marzo 2014

Il conto dell'ultima cena - Andrea G. Pinketts (1998)

"<<Hai letto il giornale oggi?>>
<<Lazzaro, lo sai che non leggo i quotidiani. Le notizie aspetto che finiscano sull'enciclopedia prima di prenderle sul serio.>>"
Lazzaro Santandrea e Pogo il Dritto

TRAMA
Traguardati i trentatrè anni, Lazzaro Santandrea inizia a convincersi che per lui si stia avvicinando la fine, se non altro perchè: "tutti i giusti, da Gesù Cristo a John Belushi", sono morti a quell'età.
E per poco la sua allucinata profezia non si avvera sul serio quando, dopo aver partecipato in qualità di padrino al battesimo del piccolo Riccardo, figlio dell'inseparabile Pogo, si addormenta ubriaco su una panchina in un parco. Scambiato per un barbone, viene quindi aggredito a calci e pugni da un gruppo di ragazzi annoiati della Milano-bene, gli stessi che qualche tempo prima hanno quasi ridotto in fin di vita un altro senzatetto.
Ma Lazzaro si difende, risponde per le rime e riesce a mettere in fuga i teppisti senonchè, prima di perdere i sensi, avviene l'imponderabile: Lazzaro ha una visione. Ma, essendo Lazzaro una persona del tutto fuori dall'ordinario, è inevitabile che non abbia una visione qualsiasi, bensì LA VISIONE per eccellenza, ossia la Madonna.
Prende così il via il consueto carosello di eventi in pieno stile pinkettsiano che porterà Lazzaro e la sua corte dei miracoli (termine mai così appropriato) comprendente Pogo, Carne, Vito Carta, Gippo ed altri folli discepoli di Santandrea, a confrontarsi di volta in volta con una setta di fanatici religiosi, un pericoloso energumeno a piede libero, un serial killer che uccide le proprie vittime a morsi, presunti miracoli ed apparizioni Mariane.
Tutto questo, come sempre, scandito da un ritmo forsennato e dal tipico umorismo "Made in Pinketts".

RECENSIONE
Ancora una volta Andrea G. Pinketts ci coinvolge in avventure pazzesche, al limite del paradossale e, grazie al suo particolarissimo e caratteristico stile, si conferma a mio giudizio come uno dei migliori scrittori in circolazione. 
Saranno forse esagerazioni, ma al momento mi vengono in mente solo un paio di nomi, tra gli autori presenti nel panorama attuale, che siano in grado di mischiare i generi e cambiare continuamente le carte in tavola come fa il nostro. Pinketts infatti, utilizzando pochissime parole, riesce a stravolgere completamente una frase, una conversazione, un'atmosfera. Si passa continuamente da citazioni colte a battutacce da birreria, dalla paura alle risate, insomma leggere Il conto dell'ultima cena assomiglia moltissimo ad una corsa a rotta di collo sulle montagne russe.
Libro che esprime una decisa condanna nei confronti di un certo modo di spettacolarizzare il dolore che, proprio in quegli anni (la storia è ambientata nei primi anni novanta) stava iniziando a muovere i primi passi, si può anche dire che Il conto dell'ultima cena rappresenti uno specchio piuttosto fedele  della realtà che ci circonda. Forse uno specchio un po' deformante, ma a pensarci bene nemmeno più di tanto.
Torrenziale e travolgente come suo solito, Pinketts con questo suo quarto romanzo alza decisamente l'asticella, pur mantenendo immutati alcuni elementi che hanno fatto la sua fortuna.
A voler trovare per forza un difetto a questo libro, si potrebbe probabilmente affermare che è leggermente prolisso e che la vicenda poteva esser chiusa anche con una cinquantina di pagine in meno, ma sarebbe davvero voler cercare il classico pelo nell'uovo. E Lazzaro, si sa, ama tutt'un altro tipo di pelo.
Mica male come chiusura, eh? Come vedete, mi sto "pinkettsizzando" anch'io.

BF

Nella nostra libreria:
Andrea G. Pinketts
Il conto dell'ultima cena
ed. Mondadori
490 pag.






giovedì 20 marzo 2014

Traditori di tutti - Giorgio Scerbanenco (1966)

ATTENZIONE!!! Il libro di cui stiamo per parlare è il secondo della Quadrilogia di Duca Lamberti. Se non avete letto il precedente, intitolato Venere privata, vi sconsigliamo di proseguire con la lettura del post.


 "...anche con un bocciuol di rosa si può soffocare una persona, se glielo si spinge abbastanza in fondo alla gola."
Giorgio Scerbanenco

TRAMA
É uno strano individuo quello che si presenta nello studio di Duca Lamberti, ex medico radiato dall'Ordine e che sta pensando di seguire le orme paterne entrando in Polizia. Silvano Solvere, questo è il suo nome, si rivolge a lui su consiglio dell'avvocato Turiddu Sompani, che Duca aveva conosciuto in carcere e che reputava "repellente", per una questione piuttosto insolita.
Duca infatti dovrà, dietro lauto compenso, ricostruire l'imene ad una ragazza che deve sposarsi e far credere al futuro marito, un ricco commerciante di carni della zona, di essere ancora illibata. L'ex medico, anche se non molto convinto, alla fine accetta in quanto estremamente bisognoso di denaro.
La ragazza che deve sottoporsi all'intervento, Giovanna Marelli, si reca quindi da Duca portando con sè una valigetta e chiedendo di poterla lasciare lì, spiegando che sarebbe passato a ritirarla Silvano il giorno dopo. Il dottor Lamberti, che sente puzza di bruciato, acconsente ma fa sorvegliare i movimenti della giovane da Mascaranti, uomo fidato del commissario Carrua. 
Così si viene a sapere che l'avvocato Sompani, a quanto pare, è annegato qualche sera prima insieme ad un'amica dentro ad una Fiat 1300 finita in un canale nella campagna pavese, e che la famosa valigetta si trova ancora a casa di Duca perchè Silvano non è venuto a prenderla. E non verrà mai, dal momento che qualcuno ha riempito di piombo l'auto sulla quale viaggiavano lui e Giovanna, ammazzandoli entrambi. Una miriade di inquietanti interrogativi affollano ora la mente di Duca Lamberti.
Perchè Silvano ha affermato di essere grande amico dell'avvocato Sompani, senza minimamente accennare al fatto che quest'ultimo fosse morto già da qualche giorno? C'è qualche legame tra la strana operazione che ha dovuto eseguire e la tragica morte della ragazza? E soprattutto, cosa contiene quella misteriosa valigetta custodita nel suo studio e che nessuno è riuscito a ritirare?

RECENSIONE
Uno scrittore è grande quando riesce ad anticipare i tempi, quando coglie cioè prima degli altri l'aria che tira; ed in questo (ma non solo) Giorgio Scerbanenco era senza dubbio uno scrittore vero. Traditori di tutti venne pubblicato nel 1966, in un'epoca in cui l'Italia non aveva ancora perso la propria innocenza, cosa che avverrà qualche anno più tardi (per la precisione circa un mese e mezzo dopo la prematura scomparsa dell'autore italo-ucraino) con la strage di Piazza Fontana, che diede il via ai tristemente famosi "anni di piombo" e che fece precipitare il Paese in una spirale di violenza inaudita e terrificante. Scerbanenco, con i suoi romanzi (specie quelli del ciclo di Duca Lamberti) aveva probabilmente capito che la società italiana stava cambiando e che in breve si sarebbe passati dagli episodi di malavita della quale erano protagonisti pochi ed isolati "sbandati" ad un'esplosione di ferocia e di criminalità incontrollata, come effettivamente poi avvenne. La stessa Milano dei suoi racconti non è più, come qualcuno insisteva a dipingerla, la città laboriosa che ospita al massimo qualche elemento folkloristico della vecchia ligera, ma è divenuta ormai un ritrovo di pericolosissimi delinquenti di ogni tipo, come è anche facile immaginare che accada in una metropoli di quasi due milioni di abitanti.
Traditori di tutti ci racconta questa fase di passaggio, col solito stile sobrio ed essenziale del suo autore, con una caratterizzazione dei personaggi ancora più profonda e riuscita rispetto a Venere privata e, sempre rispetto a quest'ultimo, ci offre una storia che trasuda molta più brutalità e violenza, e che si spinge oltre fino all'utilizzo di effetti grandguignoleschi. La trama poi, in apparenza intricata, si snoda in un finale nitido e che funge quasi da colpo di scena, pur non essendo tale. Mi rendo conto che ciò che ho appena scritto non è che sia molto chiaro, ma non posso proprio dire di più o rischierei di rovinarvi il piacere di scoprire da voi i retroscena di questa torbidissima vicenda.
Questo, tra le altre cose, è anche un libro nel quale si percepisce la rabbia, la frustrazione e l'indignazione di chi è tenuto a far rispettare la legge, ma che spesso viene messo in una condizione di impotenza. Traditori di tutti, che in Francia vinse anche il prestigiosissimo Grand prix de littérature policière narra in modo molto crudo, e a volte anche con un briciolo di retorica (comprensibile visti i tempi in cui venne dato alle stampe), una storia dura di gente spietata e di quelli che danno loro la caccia, i poliziotti cioè, uomini risoluti e che non disdegnano di fare ricorso alle maniere forti; insomma dei veri e propri antieroi in tutto e per tutto.
Per appassionati e cultori del genere, un libro semplicemente imprescindibile.

BF


Nella nostra libreria:
Giorgio Scerbanenco
Traditori di tutti
ed. Garzanti
224 pag.






 

lunedì 3 marzo 2014

Nero. - Tiziano Sclavi (1991)

"Nella notte... fredda e scura...
chi ha paura? chi ha paura?
Ha paura... l'assassino 
d'incontare il suo... destino"
Federico Zardo?


RECENSIONE
Tiziano Sclavi è universalmente conosciuto presso il grande pubblico principalmente per essere il padre di Dylan Dog, vale a dire uno dei fumetti italiani più venduti di tutti i tempi e che con le sue atmosfere tipicamente horror (ma non solo) continua a vantare tuttora un vastissimo seguito di appassionati.
All'epoca in cui da giovane lettore del fumetto in questione comprai questo libro non erano invece in molti a sapere che Sclavi era anche un talentuoso scrittore di romanzi.
Scritto inizialmente nel lontano 1984, "Nero." doveva essere nell'idea originaria dell'autore, una semplice sceneggiatura per un fumetto che però non vide mai la luce. E difatti, questo è essenzialmente: uno script che, con uno stile che unisce thriller e noir, descrive un macabro girotondo nel quale una male assortita coppia di amanti, insicuro e nevrotico lui, apparentemente svanita (in realtà cinica e decisa) lei, si danno da fare per cercare di seppellire una valigia contenente un cadavere che, incredibilmente, continua a sparire.
Nella storia, che si svolge in una Milano particolarmente tetra e dark, ad un certo punto entrano, tra gli altri, anche un sordido investigatore privato che ricatta l'uomo (che forse si chiama Zardo) e persino un boss della malavita.
Direi che la caratteristica peculiare del romanzo, oltrechè un tema da sempre caro a Sclavi, è il continuo ribaltamento di ruoli e personaggi che arriva volutamente a confondere il lettore e a fargli perdere ogni tipo di punto di riferimento riguardo a chi possa essere il vero protagonista del racconto.
Ricordo che acquistai il libro molto incuriosito dalla grande campagna promozionale che venne fatta all'epoca su Dylan Dog e su altri albi della Bonelli, ma che lo comprai praticamente a scatola chiusa, non sapendo bene cosa aspettarmi. Invece Nero. mi piacque, e molto, soprattutto perchè mi dava la possibilità di ritrovare lo Sclavi che amavo di più: quello più legato allo splatter, alla paura che si serve anche di elementi appartenenti al mondo dell'infanzia (non a caso l'autore lombardo ha realizzato nella sua lunga carriera, anche diversi racconti per bambini), al grottesco, ed il tutto condito dalla sua tipica vena ironico-surreale. Scritto con una tecnica a dir poco scarna ed essenziale, rappresenta perfettamente per me il sunto di tutto ciò che deve essere un buon giallo: ovvero tensione, coinvolgimento e la presenza costante di un forte senso di angoscia.
Forse l'unica cosa che non mi ha mai convinto e che mi ha sempre lasciato un po' deluso, sono le ultime pagine. Non tanto per il finale che, in effetti non è un vero finale, ma per alcune situazioni un po' avulse dal contesto che non aggiungono nulla alla trama, anzi la complicano ulteriormente.
E Nero. è già di suo abbastanza complesso e contorto.
In appendice poi, una piccola chicca. Un breve racconto intitolato Film, che il fumettista scrisse giovanissimo facendogli anche vincere il Premio Scanno, e che rappresenta un interessante tentativo, forse non completamente riuscito, di fondere l'horror con il surreale e strutturato secondo una rapida sequenza di immagini, proprio come una serie di istantanee. Già allora, però, era possibile notare la presenza di alcuni elementi, come la ripetività sistematica di certi eventi o il suo peculiare umorismo black, che in futuro contribuiranno a fare le fortune di Dylan Dog.
Sebbene non sia il più accessibile e facile dei racconti, io comunque direi a tutti di provare a fare un tentativo con questo breve romanzo soprattutto a tutti coloro (e credo siano rimasti veramente pochi) non abbiano mai avuto occasione di sfogliare gli albi del celebre "Indagatore dell'incubo", anche perchè sono piuttosto convinto del fatto che i suoi fan più sfegatati già lo custodiscano gelosamente nelle proprie librerie.

BF


Nella nostra libreria:
Tiziano Sclavi
Nero.
ed. Camunia
140 pag. (Nero.) + 78 pag. (Film)






 

giovedì 20 febbraio 2014

Venere privata - Giorgio Scerbanenco (1966)

"...siamo ridicolmente divisi in due categorie nette, le pietre e i sensitivi. Qualcuno con un'accetta fa scempio della propria famiglia, moglie, madre e figli, poi in carcere, tranquillo, chiede di essere abbonato alla Settimana Enigmistica per fare le parole crociate. Qualche altro, invece, deve essere ricoverato al neurodeliri perchè ha lasciato la finestra aperta, il suo gattino si è arrampicato sul davanzale ed è caduto dal quinto piano: ha ucciso lui il gatto, pensa, e impazzisce."
Duca Lamberti 


TRAMA
Appena uscito di prigione dopo tre anni passati a scontare la condanna per aver praticato l'eutanasia ad una sua anziana paziente malata terminale, Duca Lamberti, giovane medico radiato dall'ordine in seguito alla vicenda giudiziaria in cui è stato coinvolto, viene contattato dall'ingegner Pietro Auseri, noto industriale della plastica, che intende offrirgli un impiego.
Ma non si tratta di un impiego qualsiasi: Davide, un vero colosso ed unico figlio dell'ingegnere, da quasi un anno è finito nel tunnel dell'alcolismo e nessuno riesce a capire quale possa essere il problema che l'affligge, tanto da spingerlo ad ubriacarsi di whisky dal mattino alla sera.
Senza ragazza, senza amici fidati, Davide è un ragazzo profondamente triste, comunica sempre più raramente ed in generale manifesta una grave forma di depressione. Il padre dice di averle provate tutte per farlo smettere di bere, anche le maniere forti, ma alla fine tutto è risultato inutile.
Duca pertanto, dovrà cercare di fargli da angelo custode, farlo parlare il più possibile, capire cos'è che spinge il ragazzo a bere così smodatamente, e provare a guarirlo.
Duca si trasferisce così nella villa degli Auseri in Brianza ma, durante la prima notte che egli trascorre insieme a Davide, questi tenta subito il suicidio.
Il giovane a questo punto viene messo alle strette da Duca, che gli fa capire la stupidità del suo gesto e riesce a conquistarsi così un po' di fiducia da parte del ragazzo che, finalmente, trova il coraggio di confessare per quale motivo si è rifugiato nella bottiglia.
Circa un anno prima infatti, egli aveva conosciuto una ragazza di nome Alberta, con la quale aveva avuto una brevissima relazione. Lei lo aveva poi scongiurato di fuggire insieme, dicendo che se non fosse riuscita ad andarsene dall'Italia si sarebbe dovuta suicidare e che, nonostante desiderasse vivere, non aveva altra scelta.
Davide inizialmente non diede troppo peso a quelle che, sul momento aveva creduto semplici farneticazioni di un'isterica, ma il giorno dopo il corpo di Alberta venne ritrovato svenato in un campo vicino Metanopoli. Il giovane così, a causa di tutto questo, ha finito per essere assalito da tremendi sensi di colpa fino ad arrivare a considerarsi direttamente responsabile della morte della ragazza.
Ma c'è dell'altro. Prima di scendere dall'auto di Davide e dirgli addio, ad Alberta era inavvertitamente caduto uno strano oggetto dalla borsetta, che il ragazzo aveva prontamente raccolto e conservato; qualcosa di molto piccolo, ma che si scopre contenere qualcosa di veramente grosso e sconvolgente.
Duca è figlio di un poliziotto, sicchè in questura conosce ancora molti ex colleghi del suo defunto padre, uno tra tutti il burbero commissario Carrua, ed è a lui che si rivolge per far sì che le indagini sulla morte di Alberta, archiviate un po' frettolosamente, vengano riaperte.

RECENSIONE
Prima mia incursione nelle opere di Giorgio Scerbanenco, autore al quale moltissimi dei giallisti italiani (e non solo) di oggi debbono sicuramente molto ed al quale è stato anche intitolato un prestigioso premio letterario, Venere privata è un buon romanzo di genere ed è importantissimo alla luce di tutto quello a cui ha dato origine in seguito.
Scerbanenco con questo libro ha di fatto creato il noir all'italiana. Il Noir infatti, prima di allora, pareva essere un genere ad esclusivo appannaggio dell'America, ma egli ne ha offerto una variante interessante e molto credibile, trasportando il tutto nell'Italia degli anni sessanta (in particolar modo a Milano), senza tuttavia cedere alla tentazione di scimmiottare gli elementi distintivi dei romanzi d'oltreoceano.
Il libro nel complesso è senza dubbio buono, anche se bisogna riconoscere che qualche pecca la presenta, soprattutto nello sviluppo dei personaggi, e verrebbe anche da dire che risulta un po' datato, anche se il termine non è del tutto esatto.
Infatti sarà magari datato, ma non è assolutamente vecchio, anzi. In effetti, se si può tranquillamente affermare che in alcuni punti e nel modo di scrivere di Scerbanenco, i quasi cinquant'anni trascorsi dalla pubblicazione si sentono tutti, va anche detto che gli argomenti trattati sono tuttora all'ordine del giorno ed addirittura, in certi casi, molte tematiche impressionano ancora oggi per quanto sono crude e scottanti.
E poi c'è la splendida ambientazione della Milano dell'epoca: quella del boom economico, del primo benessere, delle vacanze al mare, dei locali notturni, dei derby Inter-Milan con Mazzola da una parte e Rivera dall'altra, di Mina che canta Se telefonando a Studio Uno... Ma anche, anzi soprattutto, quella della malavita, delle rapine in banca pressochè quotidiane, degli omicidi, dei traffici di droga e della prostituzione.
In ogni caso io consiglio caldamente Venere privata, anche in virtù del fatto che si presta ad essere divorato piuttosto velocemente e che lo stile dell'autore, estremamente limpido e privo di orpelli fini a sè stessi, lo rende una lettura agevole e per nulla impegnativa.
Da segnalare infine, una cosa positiva ed una negativa nell'edizione presente nella nostra libreria. Se da una parte rivolgo personalmente un sentito complimento alla casa editrice per aver aggiunto in appendice un bellissimo scritto ad opera dello stesso Scerbanenco, nel quale egli narra alcuni episodi salienti e molto toccanti della propria vita, dall'altro trovo invece decisamente pessima l'idea di inserire una prefazione nella quale si fanno diversi spoiler sul racconto che ci si appresta ad iniziare. Per mia fortuna, io ho da sempre la buona abitudine di leggere eventuali prefazioni e postfazioni solo dopo aver terminato il libro, ma credo che in generale ci debba essere una maggiore attenzione e rispetto verso il lettore, cercando il più possibile di evitare simili leggerezze.

BF


Nella nostra libreria:
Giorgio Scerbanenco
Venere privata
ed. Garzanti
222 pag.









giovedì 19 dicembre 2013

Il senso della frase - Andrea G. Pinketts (1995)

"Pogo era antico. Forse c'era sempre stato. E poteva essere pericoloso come una creatura abissale di Lovecraft. Il cliente di Pogo che gli chiedeva: <<Mi potrebbe portare a Premadio? É una frazione di...>> si sentiva immediatamente rispondere:
<<Del comune di Valdidentro. Dove c'è la centrale idroelettrica che ha, se non sbaglio, una potenza di 144 megawatt.>>
<<É sorprendente. Come fa a saperlo?>>
<<Saranno cazzacci miei. Babbo di minchia.>>
Lazzaro Santandrea



TRAMA
Lazzaro Santandrea si appresta a festeggiare il suo trentesimo "non compleanno" con gli amici di sempre: l'impareggiabile taxista Pogo, il corpulento e logorroico Carne e un Antonello Caroli afflitto da un particolare tipo di depressione che si ripresenta periodicamente e che egli chiama "La piaga d'autunno".
Accade così che, durante una bevuta scacciacrisi al "White Bear", bar frequentato da modelle e ritrovo abituale dei Nostri, tra i numerosi aneddoti del passato che vengono rievocati rispunta fuori il nome di Nicky. Ragazza non bella ma dalla incredibile sfacciataggine, era conosciuta da tutti gli avventori del "White Bear" per essere una bugiarda patologica. 
Nella Milano degli anni ottanta fatta di party, sfilate e bellissime modelle straniere, di Nicky si sono perse le tracce da molto tempo ormai, senonchè un giorno appare al "White Bear" una ragazzina che si fa subito notare per raccontare le stesse identiche e peculiari balle che raccontava Nicky.
Il nostro eroe a questo punto, non resistendo al richiamo della propria curiosità, come un novello cavaliere parte alla ricerca della verità, naturalmente accompagnato dai propri scudieri Caroli, Carne e Pogo.
Armato solamente di quello che considera il suo più grande potere, Il senso della frase, si lancia senza paura all'inseguimento della ragazzina "ladra di bugie", di Nicky e del proprio passato; incontrando nel tragitto ogni sorta di degenerati e di pazzi, rischiando più volte la pelle, fino a giungere alla rivelazione finale.

RECENSIONE
Crudele, vizioso, malinconico e, nonostante tutto ciò, spassosissimo: Il senso della frase è semplicemente, il miglior libro di Pinketts.
Romanzo che, in poco più di duecento pagine, riesce a cambiare spesso pelle e a passare con disinvoltura attraverso almeno quattro o cinque generi letterari diversi, Il senso della frase (vincitore del Premio Scerbanenco) rappresenta, almeno secondo me, l'apice della produzione letteraria del funambolico scrittore milanese.
Il suo caratteristico modo di raccontare le vicende del proprio alter ego Lazzaro Santandrea è ormai un suo autentico marchio di fabbrica grazie al consueto stile ricco di citazioni, rimandi e giochi di parole che Pinketts sa rendere alla perfezione e che comunque non sono assolutamente buttati lì a caso e si incastrano a meraviglia nella storia.
Ma ancora più che nei precedenti lavori qui si nota la splendida caratterizzazione dei personaggi, a partire da una delle più irriverenti, ed al tempo stesso tenere figure che io ricordi, ovvero la fantastica nonna del protagonista, al quale è davvero impossibile resistere. 
Il senso della frase, ci spiega Pinketts, è l'abilità innata di riuscire sempre a dire la cosa giusta (non necessariamente la verità) nel momento giusto, riuscendo così a cavarsi dai peggiori pasticci. E questo è un "superpotere" che indubbiamente accomuna Pinketts a Lazzaro.
I detrattori spesso rinfacciano a Pinketts il suo eccessivo narcisismo, il suo modo di fare un po' vanitoso di chi sa di essere bravo e non fa nulla per nasconderlo.
Può anche darsi che sia così, ma una cosa è certa: tra un pallone gonfiato autentico ed un falso modesto, io preferirò sempre il primo. Se poi sa scrivere bene come Pinketts, ancora di più.

BF


Nella nostra libreria:
Andrea G. Pinketts
Il senso della frase
ed. Universale Economica Feltrinelli
245 pag.






martedì 19 novembre 2013

Il vizio dell'agnello - Andrea G. Pinketts (1994)

"È il vizio dell'agnello. Ha in mente il proverbio 'Il lupo perde il pelo ma non il vizio'? Ecco, è il contrario. Mi spiego: in genere è facile accostare ai lupi vizi e cattiverie, ma forse è solo fame. Invece il vizio dell'agnello è più subdolo perchè nascosto, inimmaginabile per la mansuetudine dell'animale, per l'innocenza del bambino colpevole. Ecco, la cattiveria dei bambini è il vizio dell'agnello."
Dottor Totem, specialista in tabù


TRAMA
Lazzaro Santandrea, non avendo ancora deciso cosa fare "da grande", ammazza il tempo giocando a fare lo psicologo sotto lo pseudonimo di Dottor Totem e ricevendo i pazienti in uno studio ricavato nell'appartamento milanese della nonna.
Qui si presenta un giorno una coppia di coniugi novantenni che chiedono un aiuto all'esimio Dottor Totem specialista in tabù. La loro figlia Branka infatti, insignita un tempo del prestigioso premio "Angiolotta di bontà" come bambina più buona dell'anno, ora sta cominciando a comportarsi in modo preoccupante. E' maleducata, fa dispetti alle altre bambine, insulta i genitori e di recente ha iniziato anche ad avvelenare i piccioni in Piazza del Duomo. Lazzaro decide dunque di incontrare Branka e quello che gli si presenta davanti è uno spettacolo che va oltre il grottesco: Branka ha circa sessant'anni, ma si veste e si atteggia come una bambina delle elementari ed effettivamente, come si scoprirà in seguito, il premio di bontà vinto come bambina modello risale al lontano 1939!
Parlando con lei Lazzaro scopre che ora Branka sta cominciando a stancarsi di avvelenare i piccioni e sta pensando seriamente di passare agli esseri umani, diventando a tutti gli effetti una serial killer. Branka va quindi assolutamente fermata prima che accada l'irreparabile. Ma non sarà affatto facile e con il prezioso aiuto di Duilio Pogliaghi, alias Pogo il Dritto, taxista dalle geniali intuizioni il cui motto è: "Non diciamo cazzate" ed Antonello Caroli, attore fallito e perennemente depresso, Lazzaro si dedicherà a questo caso inquietante con la consueta dose di incoscienza e di sprezzo del pericolo.

RECENSIONE
Scritto con il solito stile di Pinketts funambolico e divertentissimo, Il vizio dell'agnello rappresenta la seconda fatica letteraria dell'estroso autore milanese, ed è un altro libro grandioso.
Sullo sfondo di una Milano visionaria della fine degli anni ottanta, si svolge questa storia che assume ben presto i contorni dell'assurdo più che del giallo. Personaggi splendidi, vicende surreali e una trama scarna ed essenziale contribuiscono a rendere davvero irresistibile questo romanzo. E poi c'è la nota abilità di Pinketts nel trastullarsi con la lingua italiana, con le sue parole ed i suoi modi di dire, buttati in una centrifuga impazzita e rimescolati a seconda delle proprie necessità.
Un libro che forse è un po' riduttivo definire noir, per quanto in effetti siano presenti alcuni elementi tipici di questo genere, ma che tende soprattutto a raccontare le mirabolanti scorribande di Lazzaro e della sua improbabile ciurma in una città che, in quegli anni, è stata veramente per un po' al centro del mondo, prima di una rovinosa caduta.
Probabilmente un gradino sotto all'esaltante Lazzaro, vieni fuori, trovo che Il vizio dell'agnello sia in ogni caso un buonissimo romanzo estremamente coinvolgente e senza dubbio consigliatissimo. Assolutamente da leggere, anzi, da divorare.

BF

Nella nostra libreria:
Andrea G. Pinketts
Il vizio dell'agnello
ed. Universale Economica Feltrinelli
235 pag.