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venerdì 25 luglio 2014

Dal libro al film: I Commitments - Roddy Doyle (1987)

"<<Che fai? Ti sei messo a vendere droga o roba del genere?>>
<<IOO? NO>> disse Jimmy
<<Allora che ci vengono a fare tutti 'sti coglioni a bussare alla porta?>>
<<Sto facendo dei provini.>>
<<Dei cosa?>>
<<Pro-vi-ni. Vogliamo formare un gruppo... Una band.>>
<<Chi, tu?>>
<<Sì.>>
<<E chi cazzo sei, Dickie Rock? C'è giù uno stronzetto in moto che chiede di te.>>"
Jimmy Rabbitte senior ed il figlio, Jimmy

IL LIBRO 
Barrytown, periferia nord di Dublino, anni ottanta. 
Jimmy Rabbitte è un grandissimo appassionato di musica e viene considerato da tutti come uno dei massimi esperti in materia così, quando i suoi due amici Outspan e Derek intendono dare una svolta alla propria band, si rivolgono a lui in cerca di alcune dritte.
Jimmy, ambizioso per natura, accetta così di diventare il loro manager ma chiede ai due carta bianca fin da subito. Il primo passo consiste nel licenziamento di Ray, l'attuale cantante, dopodichè il giovane Rabbitte annuncia ai due amici che è giunta l'ora di formare una band che rispecchi in tutto e per tutto il vero spirito di Dublino; un gruppo proletario che suoni musica per i proletari. Il loro genere d'ora in avanti sarà il soul, e si chiameranno Commitments, con l'articolo determinativo "The" davanti, proprio come tutti i grandi complessi degli anni sessanta.
A questo punto inizia una lunga serie di audizioni per trovare gli elementi mancanti che Jimmy recluta un po' tra gli amici del quartiere, un po' al lavoro, ed un po' tramite annunci sulle riviste specializzate.
E così abbiamo ben presto una band formata dal cantante Deco, talentuoso ma spaccone, il pianista James che suona l'organo in chiesa tra un'esame di medicina e l'altro, il timido sassofonista Dean, il batterista orfano di padre Billy, Derek al basso, Outspan alla chitarra e le tre splendide coriste Bernie, Natalie ed Imelda, tanto carine e brave quanto sboccate.
Ma colui che consente al gruppo di fare un salto di qualità arriva un giorno a bordo di una moto; è pelato, grassoccio e dimostra almeno una cinquantina d'anni. Joey "The Lips" Fagan, così dice di chiamarsi il bizzarro personaggio, suona la tromba come pochi, ha accompagnato tutti i mostri sacri del genere, da Sam Cooke a James Brown, ed afferma di essere stato mandato dal Signore a portare il soul ai fratelli irlandesi. In più Joey ha riconvertito il garage della propria madre a sala prove, ed il gioco è fatto! 
I Commitments in questo modo, dopo un buon periodo di rodaggio caratterizzato da qualche piccolo screzio dovuto soprattutto agli eccessi di Deco e presto appianati con abilità da Jimmy, sono pronti al debutto dal vivo. Che avviene in una sala ricreativa parrocchiale, per merito anche dell'opera di "convincimento" svolta da Mickah, un pazzo scatenato e violento ma molto leale con gli amici, che si ricicla ben presto come buttafuori ufficiale della band.
I Commitments migliorano concerto dopo concerto, ed attirano ormai un buon seguito di pubblico e l'interesse di alcuni giornalisti locali. Sembra dunque che la scalata al successo pianificata da Jimmy sia partita alla grande, ma quanto durerà questo stato di grazia?

IL FILM
Romanzo d'esordio di Roddy Doyle, I Commitments riceve fin dall'inizio recensioni più che entusiastiche e buonissime vendite, in virtù soprattutto della formula magica adottata dallo scrittore irlandese: trama lineare, incalzante e ritmata, personaggi tratteggiati benissimo ed una robusta e godibilissima dose di umorismo irish al cento per cento.
Così, sulla cresta dell'onda dei buoni riscontri ottenuti dal libro, qualche tempo dopo il regista Alan Parker dà il via alle riprese dell'omonimo film che uscirà nelle sale nel 1991.

  

The Commitments, pur presentando qualche piccola modifica rispetto al romanzo, si può comunque dire che sia molto fedele alla trama originaria, e non poteva essere altrimenti dal momento che è lo stesso Roddy Doyle ad occuparsi della sceneggiatura.
Bravo a cogliere l'essenza del libro, Alan Parker si limita ad inserire qualche tocco di poesia (e di retorica...) in più, che comunque non guasta, ma il suo principale merito è di riuscire a far rendere davvero al meglio una squadra di giovani attori che, in alcuni casi, non sono nemmeno professionisti veri e propri, ma semplici musicisti la cui performance davanti alla macchina da presa resterà un episodio isolato.
Manco a dirlo, tutto il film si avvale di una colonna sonora a dir poco strepitosa e, sebbene io non sia certo un appassionato di soul o rythm & blues, devo ammettere che le scene in cui la band si esibisce nei concerti suonando questi classici, risultano incredibilmente coinvolgenti e cariche di energia.
The Commitments farà incetta di Premi BAFTA ed arriverà ad ottenere una nomination agli Oscar 1992 per il montaggio, ed una come miglior film musicale ai Golden Globes. Inoltre Alan Parker grazie a questa pellicola, vincerà il premio come miglior regista al prestigioso Tokio International Film Festival del 1991.
Insomma, anche se non siete soulmen, il mio consiglio è di dare ugualmente un'occhiata sia al libro che al film, essendo entrambe le opere in grado di regalare numerosi momenti di divertimento e di evasione. E, come direbbe Joey "The Lips" Fagan:
"Aprite il vostro cuore ai Commitments, fratelli e sorelle!" 

BF

Nella nostra libreria:
Roddy Doyle
I Commitments (The Commitments)
ed. Guanda Editore
160 pag.
traduzione di Giuliana Zeuli

 
 





 

mercoledì 9 luglio 2014

Dirk Gently, agenzia investigativa olistica - Douglas Adams (1987)

"Svlad Cjelli. Noto come Dirk, anche se, pure qui, 'noto' non era proprio la parola giusta. Famigerato casomai; ricercato, eternamente chiacchierato, anche queste cose erano vere. Ma noto? Solo nel caso in cui poteva esserlo un grave incidente in autostrada: tutti rallentano per dare un'occhiata, ma nessuno vuole avvicinarsi troppo alle fiamme. Ignobile, gli si addiceva di più. Svlad Cjelli, ignobilmente noto come Dirk."
Douglas Nöel Adams

TRAMA
Richard MacDuff lavora come programmatore presso la WayForward Technologies, azienda leader in Gran Bretagna per quanto riguarda i software e di proprietà di Gordon Way, il quale sfortunatamente è anche il fratello di Susan, la fidanzata di Richard. Quest'ultimo da un po' di tempo è parecchio sotto pressione in quanto non riesce a rendere come dovrebbe sul lavoro, ed anche con Susan le cose non vanno molto meglio. Come se non bastasse, Gordon cerca di usare la sorella per spingere Richard ad essere più efficiente.
Così accade che una sera Gordon Way viene assassinato e Richard, principale sospettato, fa perdere le proprie tracce e chiede aiuto al vecchio compagno di college Svlad Cjelli, alias Dirk Gently, titolare dell'omonima agenzia investigativa olistica, specializzato nel ritrovare gatti scomparsi e risolvere casi di divorzi complicati.
Tra monaci elettrici, fantasmi, cavalli rinchiusi in stanze da bagno, professori universitari suonati e macchine del tempo, l'ineffabile Dirk Gently cercherà non solo di discolpare l'amico ma, tra una cosa e l'altra, dovrà anche salvare l'intero genere umano dall'estinzione.

RECENSIONE
"Sherlock Holmes una volta ha detto che, eliminato l’impossibile, ciò che resta, per quanto improbabile, deve essere la risposta. A me, però, non piace eliminare l’impossibile."
Si presenta così Dirk Gently, il detective più improbabile e folle di tutti i tempi, partorito da quel geniaccio mai abbastanza rimpianto che risponde al nome di Douglas Adams, già noto per la strabiliante saga Guida galattica per gli autostoppisti.
Originario della Transilvania, rotondetto, occhialuto, vestito con un impermeabile logoro e perennemente al verde, Svlad Cjelli, questo il suo vero nome, rinnova la grande tradizione britannica in fatto di investigatori privati, ma al contrario però.
Infatti Dirk è un vero e proprio anti-detective con un metodo di investigazione del tutto particolare basato principalmente su astrusi calcoli matematici e bizzarri ragionamenti.
Il risultato non può che essere esilarante e chi ha già avuto modo di apprezzare l'umorismo bislacco e sagace di Adams troverà sicuramente modo di godersi al meglio anche Dirk Gently, agenzia investigativa olistica non solo in virtù delle numerose perle qui racchiuse (alcune davvero da applausi), ma anche grazie all'indubbio carisma di un nuovo eroe che è pressochè impossibile non amare fin da subito.
Romanzo complessivamente buono, anche se forse non al livello dei migliori episodi della Guida, l'unico difetto di quest'opera sta nell'essere eccessivamente lento e nella trama a volte un po' confusa. Poi, quando si arriva a circa un terzo del libro e fa la propria comparsa Dirk Gently, il ritmo si fa più sostenuto e l'intero romanzo ne benificia alla grande, raggiungendo livelli di divertimento e delirio tipicamente adamsiani.
Giocando amabilmente con il vecchio stereotipo del detective "maledetto" di tanti classici hard boiled degli anni quaranta-cinquanta, lo scrittore di Cambridge ne fa una sorta di riuscitissima parodia e ci dà così un'altra dimostrazione del proprio grande talento, anche se in questo modo non fa che aumentare ulteriormente il dispiacere per la sua prematura dipartita.


BF

Nella nostra libreria:
Douglas Adams
Dirk Gently, agenzia investigativa olistica (Dirk Gently's Holistic Detective Agency)
ed. Oscar Mondadori
293 pag.
traduzione di Andrea Buzzi

 

mercoledì 25 giugno 2014

La chiamata dei tre - Stephen King (1987)

ATTENZIONE!!! Il libro di cui stiamo per parlare è il secondo della Serie della Torre Nera. Se non avete letto il precedente, intitolato L'ultimo cavaliere, vi sconsigliamo di proseguire con la lettura del post.


"Poi la visuale ruotò, non del tutto ma solo per metà, e questa volta guardò in uno specchio e vide una faccia che aveva già visto una volta in passato... su un tarocco. Gli stessi occhi scuri e capelli neri. La sua faccia era calma ma pallida, e negli occhi, gli occhi attraverso i quali guardava e che ora erano riflessi dallo specchio, Roland vide parte del terrore e dell'orrore di quella creatura che sulla carta da gioco era cavalcata dal babbuino."
Stephen Edwin King


TRAMA
Dopo aver sacrificato il piccolo Jake e dopo lo sconvolgente incontro-scontro con Walter o'Dim, alias "l'uomo in nero", Roland di Gilead si risveglia su di una spiaggia desolata popolata da strani mostri simili ad aragoste giganti che lo attaccano e lo feriscono amputandogli due dita della mano destra (quella che solitamente usa per sparare) con le loro enormi chele. Roland riesce ad avere la meglio su di loro, ma ben presto si rende conto con terrore che il morso di quelle creature è velenoso, e comincia a stare piuttosto male.
Ma deve assolutamente mettersi in marcia per trovare le tre porte dimensionali che, secondo quanto predettogli da Walter, serviranno a trasportare altrettante persone di epoche e mondi diversi in quel deserto di devastazione e squallore che è diventato il pianeta, e che sono assolutamente indispensabili per poter poi giungere alla Torre Nera.
Ed è così che, in preda ad una forte febbre, si imbatte in un portone montato su cardini invisibili, nel bel mezzo del nulla, sul quale è presente la scritta: IL PRIGIONIERO.
Roland lo apre e si accorge così di essere entrato in contatto con Eddie Dean, un giovane spacciatore che lavora per una potente famiglia mafiosa nella New York del 1987. 
Eddie è a bordo di un aereo di linea che lo sta riportando a casa da un "viaggio di lavoro" alle Bahamas dove ha condotto un affare per conto del proprio boss, ed ora sta trasportando, nascosto sotto i vestiti, un ingente quantitativo di droga.
Ma Eddie è troppo teso ed attira su di sè le attenzioni delle hostess, che decidono di tenerlo d'occhio. Se Eddie viene scoperto con la droga addosso, per lui è finita. Ma sarebbe finita anche per Roland, ed il pistolero questo non può assolutamente permetterlo...

RECENSIONE 
Trascorsi alcuni anni dal deludente ed insipido primo capitolo della saga, Stephen King cambia totalmente registro narrativo, aggiusta la mira, e questa volta fa un centro pazzesco con un romanzo semplicemente eccezionale. 
La chiamata dei tre infatti si distacca immediatamente dal suo sfortunato predecessore fin dalle primissime righe e, con una decisa virata a centottanta gradi, ci restituisce il miglior King forse di sempre, e cioè quello degli anni ottanta, periodo durante il quale ha sfornato capolavori come It, tanto per capirci.
La lettura torna ad essere scorrevole, le emozioni e la suspense la fanno di nuovo da padrone, e le pagine riprendono ad esser divorate con piacere una dopo l'altra da un lettore realmente sofferente di doversi separare dal volume, foss'anche solo per poche ore. 
È una condizione che tutti coloro che amano il "Re" hanno ben presente; quella sensazione di totale assorbimento nella storia ed immedesimazione completa nei personaggi che solo lui riesce a ricreare così dannatamente bene.
Meno western e molto più orientato verso la science fiction, La chiamata dei tre ha il grande merito, oltre che di riconciliarci con l'autore, anche di aprire scenari molto più ampi e che, a questo punto ne sono quasi certo, verranno sviluppati a dovere nel corso degli episodi successivi. 
Un ciclo di avventure che, stando così le cose, promette di regalare tantissimi altri stupendi momenti di evasione. Non è forse quello che da sempre si chiede ad un buon libro?

BF

Nella nostra libreria:
Stephen King
La chiamata dei tre (The Drawing of the Three)
ed. Sperling Paperback
345 pag.
traduzione di Tullio Dobner


  

 
 

sabato 14 giugno 2014

Pomodori verdi fritti al caffé di Whistle Stop - Fannie Flagg (1987)

"Mi chieda in che anno qualcuno si è sposato, con chi si è sposato e che cosa indossava la madre della sposa, e nove volte su dieci saprò dirglielo, ma accidenti a me, proprio non saprei dirle quand'è che sono diventata così vecchia."
Ninny Threadgoode a Evelyn Couch

TRAMA
Alabama, primo dopoguerra. Nel profondo Sud statunitense, rurale ed ancora contraddistinto dalla segregazione razziale, si succedono le vicende che ruotano intorno al caffé di Whistle Stop, gestito dalle due amiche-compagne Imogene "Idgie" Threadgoode e Ruth Jamison. I fatti vengono narrati in tre modalità diverse: attraverso i bollettini pubblicati da Dot Weems, o altri giornali locali, come il corriere di Valdosta; tramite un narratore esterno; infine, nel lontano 1986, per bocca della Signora Virginia "Ninny" Threatgoode, cognata di Idgie, che nella solitudine della casa di riposo in cui si trova approfitta delle visite domenicali del Signor Couch per raccontare a sua moglie Evelyn tutti i suoi ricordi di gioventù.

RECENSIONE
Fannie Flagg è maestra nel creare moderne favole ambientate nel Sud degli Stati Uniti, dandoci al contempo uno spaccato della società dell'epoca (con un profondo tocco nostalgico verso il passato, in particolar modo per gli anni del secondo dopoguerra). Già in passato avevamo parlato di Hamburger & miracoli sulle rive di Shell Beach e In piedi sull'Arcobaleno, e se avete avuto l'occasione di leggere questi romanzi non faticherete di certo a capire cosa intendo. L'autrice mi ricorda molto una versione al femminile e più recente di Steinbeck: mentre lo scrittore Premio Nobel per la Letteratura 1962, avendo vissuto prima, scriveva della Grande Depressione, la sua collega di Birmingham, Alabama, sembra quasi aver proseguito la sua opera narrativa.
Ma in quello che, grazie anche alla sua trasposizione cinematografica, è diventato forse il suo romanzo più famoso, la Flagg non si è limitata a creare una storia inserendola nella Storia: ha anche inserito, almeno in parte, la SUA storia, accennando alla relazione omosessuale tra le sue proprietarie del caffé, la selvatica Idgie e la dolce Ruth. Tutto ciò senza mai, però, cadere in facili trappole, quali luoghi comuni, o ancora peggio patetismi. L'amore di cui parla è un amore sincero, come quello tra due innamorati (omo o etero che siano), o come quello che prova una madre per i suoi figli, e ci fa emozionare perché non sembra infilato forzatamente nel racconto, ma ne é parte integrante, come un filo in un ricamo: magari non è l'unico filo che lo compone, ma senza di esso sarebbe incompleto.
Un romanzo gradevole e godibile insomma, che sicuramente piacerà sia a chi già conosce la scrittrice dell'Alabama, sia a chi per la prima volta si approcciasse alle sue opere.

P.S.: e chi tra voi ha la passione della cucina, alla fine del romanzo troverà una bella sorpresa: la ricetta dei pomodori verdi fritti del titolo, serviti al caffé di Whistle Stop.

BW

Nella nostra libreria:
Fannie Flagg
Pomodori verdi fritti al caffé di Whistle Stop (Fried Green Tomatoes at the Whistle Stop Cafe)
ed. Bompiani
363 pag.
traduzione di Olivia Crosio 

  

venerdì 13 giugno 2014

Norwegian Wood - Haruki Murakami (1987)

"<<Watanabe?>> [...]
<<Sì?>>
<<Vorresti fare l'amore con me?>>
<<Naturalmente>> [...]
<<Ma puoi aspettare?>>
<<Naturalmente posso aspettare>>
<<Prima vorrei cercare di mettere un po' di ordine dentro di me. E se riesco in questo, forse riuscirò a diventare una compagna più adatta per te. Puoi aspettare fino ad allora?>>
<<Naturalmente.>>
<<Adesso ce l'hai duro?>>
<<Cosa? Il callo sotto il piede?>>
<<Scemo.>>"
Naoko e Watanabe Tōru

TRAMA
Mentre si trova su un aereo che sta per atterrare ad Amburgo, il trentasettenne Watanabe Tōru sente per caso, dopo tanto tempo, Norwegian Wood dei Beatles. É così che, inaspettatamente, comincia il lungo flashback che durerà per tutto il romanzo: Watanabe torna al 1969, l'anno in cui compì vent'anni, e ricorda la sua crescita, fisica e mentale, che lo ha portato dalla fanciullezza all'età adulta. Il giovane studente trascorre quell'anno, segnato in tutto il mondo dai movimenti studenteschi e tumulti rivoluzionari, tra i propri tumulti personali dovuti allo stano rapporto con alcune figure: la dolce e fragile Naoko, ex fidanzata del suo defunto amico Kizuki, con cui egli stesso si fidanza; la stravagante e sensuale Midori, con la quale allaccia un rapporto che pare un po' più di una semplice amicizia; la matura ed affascinante Reiko, che lo aiuta con Naoko; ed infine lo spregiudicato e sicuro di sé Nagasawa, astro nascente della diplomazia nipponica, e la sua paziente ragazza Hatsumi.

RECENSIONE
Forse finora Murakami è, tra gli autori giapponesi che ho letto, quello che più ha rispecchiato i miei gusti letterari. Ve detto che Norwegian Wood è stato scritto lontano dalla sua patria, metà in Grecia e metà in Italia, e, come ha ammesso egli stesso, forse ciò ne ha influenzato la stesura. Fatto sta che, pur mantenendo tutti gli elementi della scrittura giapponese che mi affascinano, è piuttosto "occidentale". Paragonandolo, ad esempio, ai romanzi della Yoshimoto, l'ho trovato molto più plausibile e veritiero, anche in quei passaggi dove gli avvenimenti erano esagerati.
Come nelle opere della sua connazionale, Amore e Morte sono due elementi che spesso si intrecciano, quasi fossero inscindibili, tanto che, almeno secondo me, il titolo della prima edizione italiana a cura della Feltrinelli, che è diventato poi il sottotitolo di quella dell'Einaudi, ovvero Tokyo Blues, è molto appropriato. Come un blues infatti lascia un senso di malinconia, che traspare anche nei momenti felici, ma allo stesso tempo non si può negare che sia bellissimo.
Murakami è un coetaneo di Watanabe, entrambi sono nati nel 1949, e forse il ragazzo protagonista di questo suo romanzo potrebbe essere la sua rappresentazione; ma se anche così non fosse, i tumulti che a volte interrompono l'abitudinaria vita nell'Università che frequenta Watanabe anche l'autore li ha vissuti, e si nota da diversi commenti, spesso al vetriolo, ad esempio detti da Midori. Ma anche queste prese di posizione, da parte di Murakami o dei personaggi da lui creati, sono ben lontane dagli estremismi radicali di Mishima.
Norwegian Wood è insomma un romanzo che ho amato molto, per la sua capacità di descrivere un'epoca, sia storica che della vita del protagonista, ormai passata, di parlare di sentimenti profondi e difficili, di intrecciare alla trama musica e letteratura, stimolando la curiosità per i brani o i romanzi che non conosco e facendomi rammentare con un sorriso quelli a cui invece non sono estranea.

BW

Nella nostra libreria:
Haruki Murakami
Norwegian Wood. Tokyo Blues (ノルウェイの森 - Noruwei no mori)
ed. Einaudi Super ET
379 pag.
traduzione di Giorgio Amitrano

  

domenica 24 novembre 2013

Dalia Nera - James Ellroy (1987)

"Scesi le scale saltando i gradini e proseguii di corsa fino all'angolo con la Norton. Avevo Lee alle calcagna. L'arrivo di due auto, quella del magistrato e quella dei tecnici e dei fotografi, mi spinse ad accelerare la corsa. Harry Sears aveva gli occhi sbarrati e si faceva un cicchetto sotto gli occhi di una mezza dozzina di agenti. I fotografi erano entrati nel terreno e scattavano le loro istantanee puntando l'obiettivo verso terra. Mi feci largo tra gli uomini di pattuglia e guardai..."
"Bucky" Bleichert



TRAMA
Siamo a Los Angeles, poco dopo la fine della seconda guerra mondiale, per la precisione nei primi giorni del 1947.
Dwight "Bucky" Bleichert e Leland "Lee" Blanchard sono due poliziotti legati da un comune passato pugilistico a discreti livelli e dalla passione che entrambi nutrono per la stessa donna, Kay.
Una mattina viene ritrovato il cadavere di una ragazza orribilmente sfregiato e mutilato. Oltre a vari segni di tortura, il corpo presenta due particolari terribilmente macabri: il tronco è sezionato a metà mentre agli angoli della bocca sono stati praticati dei tagli che imprimono al viso un agghiacciante sorriso da clown. La vittima, che si chiamava Elizabeth Short ma conosciuta anche come "Betty" o "Liz", era un'attricetta che cercava di farsi largo nel mondo del cinema, a volte anche prostituendosi.
I due amici devono così occuparsi delle indagini di un caso che presenta aspetti estremamente inquietanti in una città, Los Angeles appunto, che spesso richiama alla mente immagini solari e sfavillanti, e che qui viene invece presentata come un luogo oscuro, cupo ed enormemente pericoloso.

RECENSIONE
Primo capitolo della fortunatissima "Tetralogia di Los Angeles", Dalia Nera si ispira ad un fatto realmente accaduto e che sconvolse l'opinione pubblica americana degli anni Quaranta. L'autore, che abitava nelle vicinanze nel luogo dove venne rinvenuto il corpo di Elizabeth Short, è sempre stato ossessionato da questo caso e se aggiungiamo pure che il giovane Ellroy venne ulteriormente e profondamente segnato anche dall'omicidio irrisolto della madre che avvenne quando egli aveva solo dieci anni, possiamo comprendere meglio la natura dei suoi tormenti.
Il libro, universalmente riconosciuto come un vero e proprio caposaldo del genere, è scritto con lo stile inconfondibile di Ellroy, scorrevole e dal ritmo incalzante e con dettagliate descrizioni che hanno fatto scuola.
L'autore riesce a coinvolgere il lettore al punto tale che sembra quasi di sentire la puzza di fumo stantìo che avvolge la stazione di polizia, l'odore delle numerose tazze di caffè che gli agenti bevono durante le notti insonni, l'asfalto bagnato dalla pioggia, i gas di scarico delle auto.
Il motore trainante della storia però è il rapporto complicato tra Lee e Bucky, con Kay a fare da vertice del triangolo e che di volta in volta volge le proprie attenzioni all'uno oppure all'altro.
Un noir di quelli che hanno contribuito a far innamorare di questo genere letterario milioni di persone, e dal quale Brian De Palma ha tratto nel 2006 una buona versione cinematografica.
Giudizio finale: assolutamente da leggere. Poi naturalmente potrà anche risultare non di vostro gradimento ma, specie se siete appassionati di questo tipo di narrativa, Dalia Nera è un romanzo veramente imprescindibile.

BF


Nella nostra libreria:
James Ellroy
Dalia Nera (The Black Dahlia)
ed. La Biblioteca di Repubblica
381 pag.
traduzione di Luciano Lorenzin