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giovedì 10 luglio 2014

Lo smemorato di Tapiola - Arto Paasilinna (1991)

"Dà una certa sensazione di leggerezza non sapere chi si è, da dove si viene e dove si va."
Taavetti Rytkönen

TRAMA
Vi ricordate di Seppo Sorjonen? Ebbene, a quanto pare dopo una carriera fallita come scrittore per ragazzi e come cameriere lo ritroviamo per le strade di Tapiola, nella periferia di Helsinki, a bordo del taxi con cui lavora. Sembra un normale giorno lavorativo, quando all'improvviso, proprio in mezzo alla strada, vede un uomo, attempato ed elegantemente vestito di grigio, che a gambe divaricate è tutto impegnato nell'inutile tentativo di farsi il nodo alla cravatta. Per evitare che l'uomo venga investito, ma anche che dietro di sé si formi una coda chilometrica, Sorjonen lo fa salire, e quando prova a fargli qualche domanda capisce che l'unica cosa che l'anziano riesce a ricordare (forse) è il proprio nome: Taavetti Rytkönen. Il tassista decide allora di prendersi delle ferie (che per il suo principale equivalgono ad un licenziamento) per scoprire qualcosa di più sull'uomo e riuscire a riportarlo a casa, nel suo ambiente famigliare.
Lo strano duo parte quindi per l'Ostrobotnia, dove, tra le altre cose, incontreranno vecchi e nuovi amici, compiranno devastazioni e si guadagneranno medaglie al merito.
E chi se la scorda un'avventura così? Ah, già. Rytkönen.

RECENSIONE
Ormai, dopo ben sette romanzi, state sicuramente diventando degli esperti per quanto riguarda le opere di Arto Paasilinna: e di sicuro, leggendo Lo smemorato di Tapiola non mancherete di notare che, a suo modo, è un romanzo "al contrario" rispetto ai canoni standard dell'autore di Kittilä.
L'aspetto più evidente è innanzitutto il tema: questa volta, anziché di una fuga, parliamo di un ritorno. La figura "debole" del romanzo poi, quella di cui bisogna prendersi cura, non è un animale, come ne L'anno della lepre o ne Il bosco delle volpi, ma un anziano, che al contrario di Linnea non è affatto autosufficiente.
Ma non temete: se anche alcuni aspetti dell'opera vanno in senso opposto rispetto a quanto ci ha abituati Paasilinna, lo humour, lo stile, i personaggi e l'ambientazione non tradiscono invece la sua tradizione. Quasi fosse un romanzo picaresco, il povero Rytkönen ci ricorda molto Don Chisciotte, e Sorjonen Sancho Panza; i mulini a vento del settantenne sono i suoi ricordi, che lui cerca di far riaffiorare (a volte riuscendoci, ma solo con l'alcool e sfortunatamente quando è solo) ma che hanno comunque il sopravvento su di lui, rifiutandosi di emergere e di dargli un'identità più recente rispetto ai tempi della guerra. Troviamo inoltre la tematica del gap generazionale già affrontata ne I veleni della dolce Linnea, con la differenza che stavolta i giovani, pur essendo dipinti meno violenti e stupidi, non possono però nemmeno essere visti come vittime della società, e quindi non hanno alcuna scusante per il completo disinteresse ed abbandono delle generazioni che li hanno preceduti.
Come spesso accade quindi con le opere di Paasilinna, Lo smemorato di Tapiola ha un gusto dolceamaro, ma anche la capacità di immergere il lettore in uno splendido paesaggio finnico e, soprattutto, di strappargli più di una sana risata.

BW

Nella nostra libreria:
Arto Paasilinna
Lo smemorato di Tapiola (Elämä lyhyt, Rytkönen pitkä)
ed. Iperborea
229 pag.
traduzione di Helinä Kangas e Antonio Maiorca

   

domenica 20 aprile 2014

Buon compleanno: Piccoli suicidi tra amici - Arto Paasilinna (1990)

Buon compleanno: Kittilä, 20/04/1942

"La malinconia è un avversario più spietato dell'Unione Sovietica."
Arto Paasilinna

TRAMA 
Stessa storia, stesso posto, stesso... fienile (avrete mica pensato "bar", vero?). Due uomini profondamente in crisi, due perfetti sconosciuti, si trovano stupefatti nello stesso fienile. Entrambi avevano scelto quel luogo e quel momento per porre fine alla propria vita: sia l'imprenditore quattro volte fallito Onni Rellonen, sia il colonnello Hermanni Kemppainen, da poco rimasto vedovo. Dopo un iniziale e comprensibile momento di imbarazzo, i due decidono di rimandare l'atto estremo, ed anzi, dopo aver riflettuto su questo fenomeno in forte tendenda nella loro Finlandia, decidono di aiutare altri aspiranti suicidi a risolvere i problemi che li affliggono o, in caso di insuccesso, ad uccidersi tutti insieme in un grande, spettacolare e solidale suicidio di massa.

RECENSIONE
Nel 1990, anno di pubblicazione di questo romanzo, la Finlandia era ai primi posti nella classifica dei paesi europei per numero di suicidi annui, con una media di 30,3 suicidi ogni 100.000 abitanti. Arto Paasilinna, da sempre sensibile alle problematiche che affliggono il suo meraviglioso paese natale, non si è dunque lasciato sfuggire l'occasione per scriverne un libro.
In esso ci offre un piccolo spaccato di almeno una parte della società finlandese: la disperazione infatti, purtroppo, non conosce età, sesso, provenienza o ceto sociale. E proprio i morituri che accompagnano il lettore per tutto il romanzo, a bordo dell'autobus Saetta della Morte possono essere considerati rappresentati delle diverse categorie. Per molti di essi Paasilinna analizza le cause della loro disperazione, e come un dottore dopo la diagnosi prescrive la cura. Talvolta si tratta della riscoperta della vita attraverso l'amore, la solidarietà, o addirittura il sesso. In altri casi invece la cura è proprio la scelta definitiva di morire.
Argomento scottante, dunque, ma ancora una volta l'autore di Kittilä riesce ad affrontare un tema delicatissimo con straordinaria leggerezza, pur senza mancare di tatto. Se nell'incipit infatti cita il proverbio "In questa vita la cosa più seria è la morte; ma neanche quella più di tanto", Paasilinna ha però anche affermato che "Un autore deve saper trattare temi seri in modo leggero. Mai clownesco".
Piccoli suicidi tra amici ricorda per certi aspetti un altro libro di cui abbiamo parlato recentemente, Non buttiamoci giù, ma al lettore che già conosce le opere di Paasilinna non sfuggiranno comunque certi richiami ad altri suoi libri, oltre naturalmente al suo stile caratteristico.
Voglio lasciarvi con una piccola chicca: non sarà forse la sua opera più rappresentativa, ma a quanto pare questo romanzo è comunque riuscito, almeno in Finlandia, a riscuotere un grande successo proprio tra gli aspiranti suicidi, tanto che l'autore ha dovuto staccare il telefono "Perché non la smettevano più di chiamarmi, per ringraziarmi di aver loro salvato la vita o perché pendevano dalle mie labbra neanche fossi medico o psichiatra". Insomma, magari Paasilinna non sarà uno psicoterapeuta, ma una sana risata leggendo le sue storie può davvero toccare il cuore.


BW

Nella nostra libreria:
Arto Paasilinna
Piccoli suicidi tra amici (Hurmaava joukkoitsemurha)
ed. Iperborea
257 pag.
traduzione di Maria Antonietta Iannella e Nicola Rainò

lunedì 17 marzo 2014

I veleni della dolce Linnea - Arto Paasilinna (1988)

"Una signora è una signora, anche all'Inferno."
Arto Paasilinna

TRAMA
La colonnella settantottenne Linnea Ravaska vorrebbe tanto godersi la sua vita da pensionata nella campagna finlandese, ma ahimé! da anni è vittima dei soprusi che il nipote Kauko "Kake" Nyyssönen ed i suoi due compari, Jari Fagerström e Pertti "Pera" Lahtela le fanno subire. I tre spostati infatti tutti i mesi vanno a trovare la cara vecchietta, svuotandole la dispensa ed il portafogli, minacciandola di ritorsioni in caso di resistenza da parte sua e, cosa ancora più grave, le rovinano il giardino e la sauna.
Così un giorno l'anziana signora prova a ribellarsi e denuncia i giovani alla polizia; ma i tre vandali riescono a nascondersi e a sfuggire alla cattura, ed in preda all'ira si ripromettono di ucciderla per intascare l'eredità.
In preda alla disperazione, Linnea prepara alcune dosi di veleno da utilizzare per suicidarsi in caso venga catturata dal nipote e dai suoi amici. Ma il destino, si sa è beffardo, e a fare le spese dei veleni della dolce Linnea potrebbe non essere lei in persona...

RECENSIONE
Leggendo questo romanzo, un lettore minimamente cinefilo non può fare a meno di pernsare che lo scrittore si sia ispirato al film di Frank Capra del 1944 Arsenico e vecchi merletti, non solo perché la protagonista è un'anziana signora che adopera sostanze velenose, ma anche per lo stile leggero e divertente utilizzato dall'autore, come suo solito, seppure il libro tratti una tematica di fondo tutt'altro che facile.
È palese infatti che ciò che Paasilinna voleva mostrare fosse il divario generazionale tra i giovani, dipinti come delinquenti, svogliati, stupidi e malvagi, e gli anziani, educati, signorili, autosufficienti e che anzi si fanno carico delle generazioni successive. Ma in realtà entrambe queste categorie umane sono delle vittime, i giovani della mancanza di un'educazione solida e, di conseguenza, di una speranza per il futuro, che li fa sprofondare facilmente della piaga dell'alcolismo e della tossicodipendenza, e gli anziani dell'abbandono e della solitudine, che li rende deboli ed indifesi.
In un'intervista effettuata a vent'anni dopo la pubblicazione de I veleni della dolce Linnea, Paasilinna spiegò di aver sì fortemente accentuato queste caratteristiche, soprattutto quelle dei ragazzi, ma di aver comunque ritratto la visione che aveva di essi; disse anche che a distanza di vent'anni la situazione era migliorata per i giovani, mentre la solitudine dei vecchi purtroppo resisteva.
Nonostante l'argomento difficile il libro rimane comunque delizioso, e l'autore non manca di riservare al lettore momenti di vero divertimento e piccole sorprese. Le situazioni in cui si trova Linnea sono spesso paradossali, come spesso accade nei libri di Paasilinna, e a volte non si riesce bene a capire se la colonnella sia davvero di un'ingenuità disarmante o se invece si atteggi così ironicamente.
Una trama buona e divertente, tematiche socialmente impegnate, personaggi ben caratterizzati: gli ingredienti ci sono tutti, e se non serviranno per preparare uno dei veleni della dolce Linnea, saranno comunque ottimi per il lettore, garantendogli un bellissimo romanzo.

BW

Nella nostra libreria:
Arto Paasilinna
I veleni della dolce Linnea (Suloinen myrkynkeittäjä)
ed. Iperborea
196 pag.
traduzione di Helinä Kangas e Antonio Maiorca

 

venerdì 7 febbraio 2014

L'Aleph - Jorge Luis Borges (1949)

"Dicevano anche che non essere malvagi è un atto di superbia satanica..."
Jorge Luis Borges (da 'I teologi')

RECENSIONE
Non è facile recensire un libro di Borges, tantomeno questo. Onestamente si fa molta fatica a spiegare a chi non ha mai letto nulla del maestro argentino in che modo lo stile visionario e fatto di continue citazioni riesca a condurre a poco a poco il lettore in quello che è il suo mondo. Proiezioni irreali, percezioni, allucinazioni: tutto questo alla fine ci porta in un luogo di sogno, o meglio, un non-luogo.
Borges era argentino, quindi sudamericano, ma il suo modo di scrivere non ha assolutamente nulla di sudamericano, almeno per come viene spesso intesa da noi la cultura tipica di quel continente.
La sua attitudine di scrittore, infatti, è molto più vicina alla letteratura inglese (Stevenson, De Quincey) ed in più di un'occasione risulta evidente la sua passione per le grandi saghe scandinave e per i classici greci.
L'Aleph, che si presenta come un'opera eccezionalmente complessa e ricca di sfaccettature, in più riflette anche una fascinazione per i miti e le ambientazioni del mondo arabo. Ne è un fulgido esempio il racconto che dà il titolo alla raccolta, L'Aleph appunto, oppure I due re e i due labirinti
Il labirinto, già. Un'altra delle ossessioni di Borges ed un tema che ricorre spessissimo nelle sue opere: è qui presente nello straordinario episodio intitolato L'immortale e si ripete in La casa di Asterione (la leggenda del minotauro come non ve l'avevano mai raccontata), ed anche nell'eloquente Abenkhacàn il Bokharì, morto nel suo labirinto, che rimanda a lontani echi di Poe.
Se devo dire la verità, alcuni passaggi de L'Aleph non sono proprio sicuro di averli capiti completamente o, perlomeno, non è che mi siano apparsi chiarissimi in quanto a volte è facile perdersi nei dedali di continui riferimenti che vengono fatti ad altre opere, però d'altro canto vi sono poi delle istantanee magnifiche come L'altra morte, Emma Zunz o La scrittura del Dio che ripagano totalmente gli eventuali sforzi fatti dal lettore per cercare di non farsi sopraffare da un testo che può anche creare qualche difficoltà.
Questo è il terzo libro che leggo dell'autore argentino ed ormai mi sono fatto una mia idea su di lui, la quale potrà essere pure sballata, ma che io personalmente trovo suggestiva: a me Borges ricorda un mago, qualcuno con dei poteri soprannaturali insomma. Anzi no, ancora meglio, uno sciamano.
Non riesco ad esporre in maniera logica e razionale il perchè di questa immagine che mi sono creato, ma è indubbio che solo un uomo con certe capacità riesce a creare visioni così potenti come quelle che sono di frequente presenti nelle sue narrazioni.
Fortemente evocativo, questo libro pregno di simbolismi e di allegorie credo che debba essere affrontato con la mente totalmente aperta e libera da preconcetti, solo così si può sperare di riuscire a venirne a capo.
Io stesso devo ancora realizzare se ne sono stato capace oppure no, ma una cosa è certa: il signor Jorge Luis Borges possiede la dote di saper stregare. Probabilmente se fosse vissuto nel Medioevo avrebbe fatto una gran brutta fine. 
Per sua (e nostra) fortuna non è stato così.

BF


Nella nostra libreria:
Jorge Luis Borges
L'Aleph (El Aleph)
ed. Adelphi
171 pag.
traduzione di Francesco Tentori Montalto








giovedì 6 febbraio 2014

Il figlio del Dio del Tuono - Arto Paasilinna (1984)

"Sì, Ronkaila è ormai piena di matti, di dèi, di menninkäinen e di maahinen. E di operai. È diventata inammissibile"
Anelma Ronkainen

TRAMA
Siamo nel 1984, e il mondo, con i suoi quasi 5 miliardi di abitanti, è diviso tra poche, imponenti religioni principali, spesso in lotta tra loro per la supremazia della fede umana. Sopra a tutte troneggia il Cristianesimo, diviso a sua volta tra cattolici, protestanti, ortodossi ecc., seguito dall'Islam, dal Buddismo, dall'Induismo, e così via.
Ukko  Ylijumala, Dio del Tuono e Padre degli dèi finnici, non può dunque fare a meno di sentirsi minacciato, nella stessa Finlandia non sono rimaste che poche decine di fedeli alla Religione Ancestrale, soprattutto a causa delle crociate cristiane svedesi del XII-XIII secolo e del diffondersi delle dottrine socio-comuniste nel XX secolo.
Ukko decide che è giunto il momento di fare qualcosa: raduna quindi il Consiglio degli dèi. L'Ordine del Giorno è trovare una soluzione a questa fuga di fedeli, senza però ricorrere alla violenza come le crociate cristiane e cercando di mantenere l'operazione il più segreta possibile. Il Dio del Tuono decide così di mandare sulla Terra suo figlio Rutja, seguendo l'esempio del Dio cristiano, e di farlo scambiare con un uomo già fedele alla Religione Ancestrale, un certo Sampsa Ronkainen, scapolo che vive tra la sua proprietà si campagna a Suntio, nell'Uusimaa, "Ronkaila", e il suo negozio di antichità in via Iso Roobert a Helsinki.
Rutja accetta, allettato dalla promessa di poter sposare l'affascinante Ajattara, una spiritella "seducente e bella oltre ogni dire", e parte per la sua missione di riconversione senza un piano ben preciso. Riuscirà il figlio del Dio del Tuono a riportare i finlandesi sulla retta via?

RECENSIONE
Ne Il figlio del Dio del Tuono Paasilinna fa un ritratto molto severo dei suoi connazionali: non hanno più fede, né valori, e il benessere ampiamente diffuso in Finlandia ha creato una generale scontentezza ed una diffusione dell'agnosticismo.
Per suggerire la ripresa dei valori fondamentali che l'uomo dovrebbe assumere l'autore fa stilare a Rutja una lista di 6 Comandamenti, sulla falsariga di quelli Cristiani, ovvero:

1 - Ricordati di temere il Tuono
2 - Non fare del male ai piccoli
3 - Proteggi la vita
4 - Rispetta i vecchi
5 - Vivi umanamente
6 - Non cedere

Tralasciando il primo, dettato ovviamente dalla necessità di farsi identificare dai credenti nel simbolo del tuono stesso, i Comandamenti di Rutja sono tutti a protezione dei più deboli e dello stile di vita semplice e umile ma onesto e produttivo allo stesso tempo. Questi consigli, a ben pensarci, non sono altro che i consigli che lo stesso Paasilinna ci dà in un po' tutti i suoi romanzi: finora abbiamo parlato solo di quattro delle sue opere, ma sicuramente riconoscerete che ad ognuna di esse se ne possono applicare almeno un paio.
Il libro è molto carino, non solo per l'originale trovata della storia, ma anche perché dà la possibilità al lettore di conoscere un po' della mitologia ugro-finnica sin dall'inizio, grazie ad un'introduzione ampiamente esplicativa del pantheon finnico, che oltre a descrivere ogni suo singolo componente ne applica le caratteristiche ai giorni nostri (ad esempio Paara, il Dio che una volta si occupava di trasformare il latte in burro, oggi si occupa di usura, speculazione in borsa e più in generale della Banche).
Anche se l'argomento è serio e rischia di apparire sacrilego, Il figlio del Dio del Tuono dimostra una volta di più che Paasilinna riesce ad affrontare questi temi spinosi in maniera leggera, ironica e a tratti divertente, senza però trascurare il messaggio che vuole trasmettere ai suoi lettori: in questo caso che i suoi connazionali riscoprano i valori tradizionali.
Come dite? La tentazione di cominciare subito a leggere questo romanzo è troppo forte? Vabbé, cedete pure: state tranquilli che Ukko Ylijumala non vi punirà!

BW

Nella nostra libreria:
Arto Paasilinna
Il figlio del Dio del Tuono (Ukkosenjumalan poika)
ed. Iperborea
pag. 282
traduzione di Ernesto Boella

mercoledì 1 gennaio 2014

Il senso di Smilla per la neve - Peter Høeg (1992)

"Ci sono diversi modi per cercare di mascherare una depressione. [...] Io scelgo la via groenlandese. Chiudersi nell'umore nero. Mettere la propria sconfitta sotto il microscopio e soffermarsi a guardare."
Smilla Qaavigaaq Jaspersen

TRAMA
Smilla Jaspersen è una trentasettenne che vive a Copenhagen. Nata in Groenlandia, grazie alle sue origini è una delle massime esperte di ghiaccio e neve al mondo.
E così, quando viene trovato il cadavere del suo vicino di casa, il bambino di cinque anni Esajas, apparentemente caduto da un tetto mentre giocava, non può fare a meno di notare che qualcosa non torna.
Sarà forse che il bambino, anch'esso groenlandese, era praticamente l'unica persona con cui Smilla aveva un rapporto, o forse semplicemente il suo "senso per la neve" ha destato la sua curiosità; fatto sta che la donna, sfidando le autorità locali che hanno chiuso il caso, comincia ad indagare per conto proprio, per scoprire cosa si cela dietro alla morte del bambino.

RECENSIONE
Come riporta l'accattivante copertina dell'edizione in nostro possesso, Il senso di Smilla per la neve è "Un capolavoro. Il capostipite del thriller scandinavo. Un bestseller planetario lodato anche dalla critica."
Effettivamente, mi ricordo che quando ero piccola ed era uscito questo romanzo era diventato un vero e proprio caso editoriale, anche grazie alla trasposizione cinematografica che ne era stata tratta. All'epoca però avevo solo sette anni, per cui ero molto più interessata alle storie di Roald Dahl che non al thriller del momento, così l'ho accantonato fino al mese scorso in un cassettino della mia memoria.
Finchè, spinta dalla curiosità che ho in generale per i gialli sommata al mio amore per i paesi del Nord, ho riaperto il cassettino e mi sono finalmente decisa a leggerlo.
Oddio, "finalmente" mi sembra un po' esagerato. La critica l'avrà anche lodato, ma sicuramente non lo farò io.
Partiamo dalla protagonista, Smilla: una donna totalmente priva di sugo, dalle conoscenze più ampie di Pico De Paperis e dall'agilità e forza degne del miglior Chuck Norris, che però riesce a stare "sulle scatole" persino a sè stessa (lo dice lei!).
Passiamo alla trama: non si capisce niente. Se riuscirete a resistere e a finire il libro vedrete che all'appello dei cattivi mancano solo Hitler e Godzilla, e probabilmente solo perchè avevano già altri impegni. E comunque il ritmo è pari a zero, non appena si ha l'illusione che stia per succedere qualcosa ecco che scatta il flashback, l'ennesimo sulla Groenlandia, e com'era bella la vita in Groenlandia, e com'è brutta la vita in Danimarca, e via piagnucolando di questo passo.
Se però qualcuno di voi avesse letto questo romanzo e, al contrario di me, avesse capito cosa succede, sarei ben felice se potesse spiegarmelo; evidentemente non sono abbastanza intelligente/colta/??? per comprenderne il senso, ma come sempre sono più che disposta a parlarne e, perchè no?!, eventualmente anche a cambiare idea.
Per il momento però Il senso di Smilla per la neve resta uno dei libri più brutti e noiosi che io abbia mai letto, e che nemmeno il mio amore per il Nord Europa riesce a mitigare.

BW

Nella nostra libreria:
Peter Høeg
Il senso di Smilla per la neve (Frøken Smillas Fornemmelse for Sne)
ed. Oscar Mondadori
480 pag.
traduzione di Bruno Berni

    

mercoledì 18 dicembre 2013

Il bosco delle volpi - Arto Paasilinna (1983)

"Sono cinque anni che non assaggio più il 'kalakukko', mi credi Oiva? A volte mi viene una maledetta voglia di polpettine di carne, tale da farmi bruciare lo stomaco. Tu li hai provati, no, i loro hamburger?"
Il direttore Jabala

TRAMA
Cosa hanno in comune un malvivente dedito alla bella vita, un maggiore dell'esercito alcolizzato e la skolt più vecchia del mondo? Apparentemente nulla, ma quando la sorte (o la penna di Paasilinna) ci mette lo zampino, tutto è possibile.
La storia inizia da un antefatto di cinque anni prima, quando il gangster di professione Oiva Juntunen ruba tre lingotti di oro purissimo alla Norvegia, insieme a due complici, di cui uno è un feroce assassino. Il loro piano prevede la cattura dei due compari e la custodia del bottino da parte di Juntunen sino alla scarcerazione. Ma la cupidigia, ahimè!, ha la meglio sulla parola data, e così il nostro Arsenio Lupin finnico fugge con l'intera refurtiva e diviene latitante prima in Florida, poi in Lapponia.
Lì incontra Sulo Remes, maggiore dell'esercito che, alcolizzato e stanco della fiacca vita di un ufficiale in tempo di pace, ha deciso di prendersi un anno di aspettativa non retribuita. Non sa nemmeno lui cosa vuole fare, all'inizio pensa di laurearsi, ma è attratto anche dalla ricerca dell'oro lappone.
Dopo un inizio piuttosto burrascoso, i due scendono a patti e decidono di collaborare, si stabiliscono in una capanna che rendono col tempo una reggia fornita di ogni comfort ed arrivano ad adottare un cucciolo di volpe, che chiamano Cinquecentino.
Una sera poi alla strana coppia si aggiunge la fuggiasca skolt novantenne Naska Moniskoff, che è scappata insieme al vecchio gatto Jermakki perchè non vuole essere ricoverata in maniera coatta in un ospizio per anziani, ed infine due ragazze squillo scandinave, Agneta e Cristine.
L'allegra brigata sembra trascorrere la più felice delle esistenze; ma non dimentichiamo che un feroce assassino ricorda sempre i torti subiti.

RECENSIONE
Il bosco delle volpi è indubbiamente il mio romanzo di Paasilinna preferito, un po' per la sua atmosfera romantica, e un po' per quel sapiente miscuglio di situazioni creato dall'autore finlandese che lo rende spassoso ed accattivante. Una chicca tra tutte: la cronaca della conquista del porto di Oslo da parte dei nazisti durante la seconda guerra mondiale.
I personaggi sono ottimamente caratterizzati; non solo gli esseri umani, ma anche gli animali e lo stesso ambiente. Esso è clemente con chi ci vive, ma spietato con chi non ne fa parte. Ad esempio le trappole per volpi piazzate dai due uomini funzionano tutte nel corso degli anni, ma non uccidono nemmeno un animale; in compenso un sacco di sprovveduti turisti tedeschi ci lasciano le penne a causa della loro ingordigia (le esche utilizzate sono delle succulente salsicce), ma in fondo, come dice Naska: "C'è un mucchio di gente da loro, in Germania. Se anche ne impiccate un po', non mi sembra così grave". Il popolo tedesco naturalmente ringrazia...
Scherzi a parte, se avete amato gli scenari incantati e le tematiche de L'anno della lepre, sicuramente apprezzerete questo piccolo capolavoro della letteratura nordica, e probabilmente vi verrà voglia di visitare queste meravigliose terre selvagge, dove ancora la mano dell'uomo non le ha contaminate eccessivamente ed è ancora la Natura a dettare legge. Ma mi raccomando, fate attenzione: se vedete una salsiccia sulla neve, farete meglio a lasciarla dov'è.


BW

Nella nostra libreria:
Arto Paasilinna
Il bosco delle volpi (Hirtettyjen kettujen metsä)
ed. Iperborea
267 pag.
traduzione di Ernesto Boella

 

venerdì 11 ottobre 2013

Prigionieri del paradiso - Arto Paasilinna (1974)

"Stiamo attualmente planando sopra l'oceano. Il reattore destro è fuori uso. Tra pochi istanti tenteremo l'ammaraggio."
Il Comandante Taylor

TRAMA
Quando il Trident carico di personale ONU diretto in India e Bangladesh è costretto ad ammarare su una sperduta isola nell'Oceano Indiano, i quarantotto superstiti non si perdono d'animo. Tra tagliaboschi, ingegneri e personale medico di varie nazionalità, in breve tempo riescono ad organizzarsi per affrontare al meglio l'emergenza.
L'isola deserta si rivela ben presto un autentico Giardino dell'Eden, ricco di risorse naturali che soddisfano pienamente i bisogni primari dell'allegra brigata. E laddove la natura non riesce a provvedere, ci pensano le abbondanti scorte che si trovavano sull'aereo, destinate a missioni umanitarie, e l'ingegno umano.
Ad esempio, delle semplici spirali possono placare due tipi di appettito: trasformate in ami da pesca, per catturare il cibo che abbonda nel mare; utilizzate per il loro scopo originario per garantire ai numerosi amori, che ben presto nascono tra le ventisei donne ed i ventidue uomini, che ad essi non si vadano ad aggiungere anche bambini.
Una volta garantita la soddisfazione delle nessità primarie, si può anche pensare al comfort. E così, si comincia costruendo un frigorifero ricavato dai giubbotti salvagente, si passa ad un'irrinunciabile sauna finlandese, fino ad arrivare addirittura alla distilleria clandestina.
Tutto questo per sopravvivere nel miglior modo possibile fino all'arrivo dei soccorsi attirati dall'S.O.S. lanciato. Ma sarà davvero il caso di farsi salvare?

RECENSIONE
Se Golding nel suo Il Signore delle Mosche ci aveva mostrato come dei naufraghi, pur avendo tutte le potenzialità per poter formare una società utopistica, costretti a vivere insieme in un ambiente circoscritto si fossero trasformati in vere e proprie bestie, Paasilinna capovolge completamente la situazione e ci fa capire quanto la nostra società dei consumi e dei servizi ci tenga in realtà prigionieri del nostro stesso benessere, tanto da trasformare una tragedia in un vero e proprio paradiso.
Prigionieri del paradiso è il primo romanzo dell'autore finlandese, e si vede, anche se presenta già l'inconfondibile stile picaresco, lo humour tagliente e la sua personalissima filosofia di vita.
Certo, se già conoscete Paasilinna (sicuramente è così, scommetto che dopo aver letto la mia recensione su L'anno della lepre vi siete precipitati a leggerlo) non troverete probabilmente che questa sua opera prima sia tra i suoi libri migliori, ma è comunque un romanzo gradevole e divertente, senza troppe pretese ma che comunque contiene un evidente significato profondo su cui riflettere.
Consigliato a tutti coloro che si sono appassionati leggendo Robinson Crusoe, ma anche a tutti coloro che hanno riso a crepapelle guardando lo spassosissimo film di Paolo Villaggio Il signor Robinson, mostruosa storia d'amore e d'avventure.

BW

Nella nostra libreria:
Arto Paasilinna
Prigionieri del paradiso (Paratiisisaaren vangit)
ed. Iperborea
199 pag.
traduzione di Marcello Ganassini

 

domenica 15 settembre 2013

L'anno della lepre - Arto Paasilinna (1975)

"C'è qualcosa di positivo nella fuga, se prima si ha combattuto."
Arto Tapio Paasilinna

TRAMA
Quando il giornalista finlandese Kaarlo Oskari Vatanen, frustrato ed annoiato dalla routine della vita moderna, una sera investe con l'auto una lepre, coglie l'occasione per iniziare una nuova vita.
Raccolta la lepre ferita, comincia con essa un'avventura on the road lungo tutta la Finlandia, in un viaggio interiore oltre che fisico alla ricerca della vera felicità.

RECENSIONE
Per questo mio primo post avevo la sindrome da foglio bianco: migliaia di titoli da recensire in testa, e nessuna idea chiara su quale scegliere per primo. Così ho deciso di cominciare proprio da quel libro che mi ha fatto conoscere Arto Paasilinna, lo straordinario autore finlandese su cui ho scritto la mia tesi di laurea.
L'anno della lepre è forse il suo libro più famoso, e sicuramente uno dei più belli. Più che un romanzo, si tratta di una serie di brevi racconti a sé stanti uniti dal fil rouge del viaggio, tema ricorrente peraltro di Paasilinna.
Immergendosi nelle magiche atmosfere del Nord, si scopre una natura dolce e crudele allo stesso tempo, in cui oltre agli esseri umani anche lo stesso ambiente e gli animali diventano protagonisti della storia.
Una fiaba per adulti, un romanzo per bambini, che seppur scritto quasi quarant'anni fa risulta attuale anche letto ai giorni nostri, tanto da aver vinto nel 1994, anno della prima pubblicazione in Italia, il Premio Letterario Giuseppe Acerbi.
Un libro assolutamente da leggere se si vuole evadere dalla realtà e perdersi in meravigliosi scenari bucolici, senza disdegnare di quando in quando episodi divertenti e momenti estremamente toccanti.


BW

Nella nostra libreria:
Arto Paasilinna
L'anno della lepre (Jäniksen vuosi)
ed. IPERBOREA
204 pag.
traduzione di Ernesto Boella