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martedì 22 aprile 2014

Una stanza chiusa a chiave - Yukio Mishima (1954)

"Fusako distolse lo sguardo e rise. Kazuo le abbracciò le spalle, come sempre. E sentì che si era irrigidita. La sua resistenza lo eccitò. La baciò per la prima volta come avrebbe baciato una donna."
Yukio Mishima

TRAMA
Giovane funzionario del ministero delle finanze giapponese, Kazuo conosce Kiriko, con cui allaccia immediatamente una relazione. La donna è sposata ed ha una bambina, Fusako, di nove anni. La bimba si affeziona "al nuovo zio", tanto da spingere il ragazzo ad andarla a trovare anche quando la madre muore all'improvviso per una malattia cardiaca.
Ha così inizio un rapporto morboso tra i due, incoraggiato dalla taciturna cameriera Shigeya: da una parte la bambina insiste per vedere l'adulto, lo provoca senza probabilmente essere del tutto consapevole del suo atteggiamento verso di lui, ma limitandosi a scimmiottare la madre, e mette il broncio se per un po' Kazuo non la va a trovare; dall'altra l'uomo sente un fortissimo impulso, il desiderio di profanarla, di "lacerarla" e distruggerla, ma allo stesso tempo si trattiene, inorridito da sé stesso, o forse timoroso di venire scoperto.

RECENSIONE
Μέγα βιβλίον, μέγα ϰαϰόν (Mega biblíon, mega kakón), diceva Callimaco. Grande libro, grande male. E lui, che lavorava per la Biblioteca di Alessandria, di grandi libri se ne intendeva.
Ma anche se Una stanza chiusa a chiave è un libro molto breve (appena 83 pagine, introduzione compresa) è un concentrato di Male (con la M maiuscola) e di dolore. Come avrete capito leggendo la trama, già in superficie è evidente, per l'argomento trattato, per gli sconvolgenti sogni che turbano il sonno di Kazuo, ma anche per l'apparente accettazione o quantomeno indifferenza davanti a questo Male da parte del mondo esterno alla coppia Kazuo-Fusako.
Limitarsi a considerare Una stanza chiusa a chiave come il delirante racconto di un pedofilo significherebbe semplicemente non solo non aver capito nulla del romanzo, ma non essersi nemmeno presi la briga di leggere l'introduzione ad esso.
Occorre innanzitutto contestualizzare l'opera: il Giappone del 1954, "appena" uscito dalla guerra, con le macerie ancora fumanti e, soprattutto, l'animo delle persone ancora lacerato. Ecco, "lacerare" è la parola chiave, quella chiave che occorre per aprire la famosa stanza chiusa e sbirciare al suo interno. Mishima descrive i personaggi come alieni, persone estranee tra loro, anche i legami più forti come l'amicizia vengono "lacerati" in un attimo. Un amico di Kazuo si suicida; il ragazzo partecipa al funerale con indifferenza. E ancora: dei colleghi del funzionario, nonostante siano adulti, sono ancora vergini per scelta, perché hanno anteposto la loro riuscita professionale alla creazione non solo di una famiglia, ma addirittura anche solo di un fulmineo legame, tanto breve quanto può durare un rapporto sessuale con una prostituta.
Se si conosce anche solo per nome Mishima non ci si può stupire che "lacerare" sia la parola chiave. Appare piuttosto paradossale il fatto che, per quanto essa venga ripetuta continuamente nel libro, alla fine nella realtà nulla e nessuno venga "lacerato"; l'unico che subisce questo destino, come una beffarda legge del contrappasso, è Mishima stesso, ma non nel libro, nella realtà.
Paragonabile ad un film di Buñuel o Lynch, affermare che Una stanza chiusa a chiave sia un libro pedofilo sarebbe come dire lo stesso di Lolita. Sicuramente però rispetto al romanzo di Nabokov è molto diverso, molto più estremo, per cui mi sentirei di consigliarne la lettura solamente a stomaci forti, e soltanto dopo una minima preparazione ad esso (come ho già detto, almeno la lettura dell'introduzione di Antonio Franchini). Altrimenti si rischia innanzitutto di rimanerne violentemente disgustati (cosa che comunque potrebbe accadere; io stessa ho rischiato di dover interrompere la lettura durante alcune scene che mi hanno particolarmente turbata) e soprattutto di non coglierne il senso. È una lettura che trovo estremamente difficile, per cui prima di cominciare questo post ho comunque voluto guardare un po' cosa si diceva di questo libro sul web, e vi assicuro che la maggior parte dei commenti erano di indignazione, di assoluta incapacità di comprendere come a qualcuno possa piacere ecc. Vero è che molti commenti poi si collegavano anche a Lolita e dicevano lo stesso anche di quel romanzo, ma comunque il disgusto più forte era indubbiamente stato provocato dal libro dell'autore giapponese, non di quello americano.
Da parte mia, pur avendone colto il senso (almeno in parte) non mi trovo nemmeno tra le file di coloro che lo reputano un capolavoro assoluto. Mi ha però incuriosita a tal punto da spingermi in un futuro a leggere altre opere di Mishima.

BW

Nella nostra libreria:
Yukio Mishima
Una stanza chiusa a chiave (鍵のかかる部屋 - Kagi no kakura heya)
ed. Oscar Mondadori
83 pag.
traduzione di Lydia Origlia