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domenica 17 novembre 2013

L'unico figlio - Anne Holt (1995)

"Ricordati questo, Olav: se succede qualcosa che ti sembra difficile e brutto e tutti gli altri sono cattivi con te, vieni da me. Io ti aiuterò sempre."
Maren Kalsvik

TRAMA
Alla casa-famiglia "Sole di primavera" di Oslo, dove trovano rifugio bambini con alle spalle situazioni famigliari difficili, arriva un giorno il dodicenne Olav. Enormemente grasso, forzuto e dal carattere irrequieto e spigoloso, è stato momentaneamente tolto ad una madre vedova ed a sua volta piena di problemi ed affidato alle cure del personale della struttura.
Qui il ragazzo incontra notevoli difficoltà ad ambientarsi: è maleducato, litiga con gli altri bambini, non socializza con gli operatori ad eccezione della graziosa Maren, l'unica che sembra essere in grado di capirlo e di riuscire a calmarlo quando viene colto dalle sue "crisi".
Ma un giorno Olav litiga violentemente con la direttrice Agnes e la insulta, per tutta risposta viene messo in punizione e nei successivi due fine settimana non gli sarà permesso di vedere la madre, incontro al quale il ragazzino teneva molto.
La sera stessa Agnes viene trovata uccisa nel suo studio, con un coltello da cucina conficcato all'altezza del cuore e Olav risulta misteriosamente scomparso. Eirik, il ragazzo che fungeva da sorvegliante durante il turno di notte, dice di non aver notato nulla di strano e nessuno ha sentito niente.
Così la polizia, nelle persone dell'ispettore capo Hanne Wilhelmsen e del suo fido aiutante Billy T., inizia ad indagare su di un crimine che presenta risvolti sociali abbastanza complessi e delicati.

RECENSIONE
Anne Holt, ex Procuratore ed addirittura ex Ministro della Giustizia norvegese, confeziona un romanzo che rientra nei più classici parametri di quello che viene definito "poliziesco nordico" e che ormai vanta numerosissimi esponenti, dei quali la Holt è sicuramente uno dei più rappresentativi.
Un tipo di narrativa che riproduce molto bene la società scandinava attuale e la sua mentalità, meritevole di essere presa ad esempio per molte cose, ma anche terribilmente gelida sotto altri punti di vista. Mi rendo conto che può apparire l'ennesimo luogo comune ma la cosa che mi ha sempre colpito di più di questi racconti è l'incredibile freddezza del tutto, dai rapporti umani in cui la gente fa una fatica tremenda ad aprirsi e nasconde spesso una doppia vita al grande senso di solitudine che il più delle volte trasuda dai personaggi.
Sono romanzi molto utili questi che aiutano noi italiani, che viviamo in un paese allo sbando sotto moltissimi aspetti, a capire che forse anche nell'efficientissimo modello scandinavo ogni tanto qualche crepa c'è. Insomma i loro problemi, seppur diversi e di minore entità, li hanno anche loro. Certo che fa un po' sorridere sentire l'autrice che, nel descrivere una delle zone più malfamate di Oslo, parla di "casermoni grigi con alle finestre appese squallide tendine", "muri coperti dai graffiti" o "cestini della spazzatura storti ed inclinati dai quali fuoriescono cartacce". Praticamente il ritratto di un comunissimo quartiere dormitorio di una qualsiasi città italiana con più di trentamila abitanti.
Concludo dicendo che il romanzo a mio personale parere è ben scritto ma che in molti punti ho faticato parecchio per via della mancanza quasi totale di azione che lo rende spesso un po' noiosetto. Se riuscite a resistere però, sappiate che verrete premiati da un finale davvero stupefacente ed ingegnoso che mi ha lasciato piacevolmente sorpreso e mi ha fatto realizzare che, dopo tutto, ne è valsa proprio la pena di leggere questo libro.

BF

Nella nostra libreria:
Anne Holt
L'unico figlio (Demonens død)
ed. Einaudi Stile Libero Big
283 pag.
traduzione di Margherita Podestà Heir